La sfida di Mario Draghi sulla scuola e sulla ricerca

La sfida per la scuola per formare nuovi talenti

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Scansione dell'editoriale cartaceo

scuola

Noi siamo quello che conosciamo e la crescita economica di un Paese dipende dalla competenza delle generazioni nuove. Sono queste le parole più belle che raccolsi nell'incontro con Robert SOLOW a Boston quando qualche anno fa, nel corso del mio dottorato, mi capitò di parlargli delle cause che portano le società a progredire e poi a declinare. Nel riscrivere il Piano Nazionale per il Rilancio e la Resilienza (PNRR) Mario Draghi deve essere partito da convinzioni simili: quelle che maturò, molti anni prima, studiando proprio con SOLOW. Non è un caso, dunque, che il cambiamento più significativo del Piano Draghi, rispetto alla versione del precedente governo Conte, si caratterizzi per uno spostamento di risorse sulla parte “istruzione e ricerca”.

Alle scuole e alle università sono allocati un importo superiore persino a quello dedicato alle “infrastrutture” che nella tradizione delle politiche keynesiane costituivano il cuore dei programmi di rilancio di un’economia in recessione. Nel Piano ci sono intuizioni interessanti e, tuttavia, mancano ancora alcuni degli elementi di un progetto di cambiamento che porti la Scuola e le Università italiane nel ventunesimo secolo.

Il PNRR presentato sabato sera al Consiglio dei Ministri è, senz’altro, migliorato nell'impostazione generale e nei dettagli operativi rispetto alla proposta approvata il 12 Dicembre dal Consiglio dei Ministri presieduto da Giuseppe Conte. In quest’ultima versione, il Piano corrisponde alla proposta italiana su come utilizzare la parte che ci spetta del “dispositivo per il rilancio e la resilienza” – che per l’Italia vale 191 miliardi, per l’Unione 672 – il cui regolamento prevede una novità sostanziale: gli investimenti fatti dagli Stati sono rimborsati solo quando raggiungono i risultati che si proponevano e le riforme sono realizzate. Lo sforzo, dunque, del Ministero dell’Economia è stato quello di specificare meglio i costi delle azioni e le tempistiche di realizzazione evitando promesse genericamente pericolose.

Le scuole e le università ne costituiscono parte importante e ciò rappresenta una svolta visto che le abbiamo trascurate per decenni.

Investiamo meno di qualsiasi altro in Europa in educazione e più di tutti in pensioni. Spendiamo, dunque, quattro volte di più in sussidi per chi non fa più parte del mondo del lavoro, rispetto a quello che investiamo nel capitale umano di chi nel mondo del lavoro ancora deve arrivare (ed in nessun altro Paese europeo, con strutture demografiche simili all’Italia, questo rapporto arriva a tre) condannandoci a quello che è un suicidio che dura da decenni in un Paese che aveva sempre avuto nel talento l’unico vantaggio competitivo. 

Grafico 1 – Rapporto tra spesa in istruzione (dagli asili all’università e ricerca) e spesa in pensioni (2018) (maggiori economie europeee)

grafico1

Fonte: VISION su dati EUROSTAT 

Ed il risultato è che l’Italia – il Paese che inventò le università nove secoli fa – affronta una sfida basata sulla conoscenza, con un numero di laureati molto più basso di quello dei nostri alleati/ concorrenti più vicini.

Grafico 2 – Percentuale di laureati sulla popolazione tra 25 e 64 anni (EU e vicinato)

grafico2 ilmessaggero

Fonte: VISION su dati EUROSTAT

Alla missione di colmare le carenze del sistema educativo e di ricerca sono allocati quasi 31 miliardi di EURO (ai quali si aggiungono i finanziamenti di REACT EU e i fondi strutturali che, soprattutto, al SUD possono trasformare in vantaggio quello che è stato un ritardo).

Sono molte le novità previste dal PIANO che sono state introdotte nell’ultima versione. 

È, innanzitutto, intelligente l’approccio che integra la scuola con l’università, ragionando di fasi del processo di apprendimento di uno studente e interessante è la descrizione dei momenti di orientamento che guiderebbero la transizione dalle scuole superiori agli atenei. Concrete sono, poi, le misure che hanno la finalità di aumentare il numero degli asili per liberare forza lavoro, rafforzare l’edilizia scolastica e le strutture sportive per ospitare il tempo pieno e fare di ogni aula un laboratorio digitale. Ottima è l’idea di rendere obbligatorio l’uso dei test PISA/ INVALSI che deve diventare il misuratore principale della capacità di singole scuole di rispondere al grande investimento che sta per investirle (e, tuttavia, sarebbe utile precisare che i risultati per scuola saranno resi pubblici in maniera da usare la pressione di una domanda informata di un servizio di qualità da parte delle famiglie). 

Migliora il sistema di reclutamento e collegando le misure del Piano a quelle relative alla riforma dell’amministrazione pubblica, si creano i presupposti per smantellare, finalmente, le infornate di precari che rendevano poco stabile l’intera organizzazione. Coraggiosa è l’idea di prevedere per determinate professioni che l’esame di laurea coincide con quello di stato, velocizzando l’accesso al mondo del lavoro per molti ragazzi (e, tuttavia, è indispensabile capire quali siano queste professioni affrontando le corporazioni che stanno, certamente, già affilando i coltelli). Intelligente, infine, è la conferma della volontà di rafforzare e riformare gli Istituti Tecnici Superiori in maniera da rispondere alla domanda di tecnici che le imprese continuano a non trovare con effetti veloci sui tassi di occupazione.

Manca, però, ancora un disegno complessivo di riforma che è indispensabile per assorbire un investimento così ingente e che, probabilmente, il presidente del consiglio lascia a battaglie che hanno un maggior livello di incertezza.

A proposito di Scuola, mai si cita la parola autonomia e, poco, si affronta la questione cruciale di dover affiancare il dirigente scolastico con una struttura manageriali che lo affianchi. Eppure la pandemia ha dimostrato con chiarezza che è tecnicamente impossibile gestire un’organizzazione con 800,000 dipendenti, distribuiti su 41,000 sedi. 

Per ciò che riguarda l’università, il problema più grosso sarà quello di coniugare – quanto prima possibile – l’esigenza del diritto allo studio per tutti con quello della competizione per far emergere, finalmente, atenei di livello mondiale. La realtà è che le università nate nel medioevo in Italia, saranno sempre meno universali. Ce ne saranno alcune che si dedicheranno alla ricerca (che mai più dobbiamo far coincidere con le sole pubblicazioni); altre all’insegnamento; altre ancora che vinceranno dedicandosi a segmenti di studenti nuovi (anziani, lavoratori) o a nuovi prodotti (digitali). Soprattutto, per l’università italiana è importante immaginare un rapporto con le aziende che faccia i conti con il fatto che, spesso, le imprese italiane medie e familiari non chiedono innovazione.

Certamente è debito buono quello che facciamo per ricominciare dall’educazione e dalla ricerca. E, tuttavia, rifare del talento il vantaggio competitivo di un Paese che ne era definito, significa non solo “colmare” il ritardo rispetto agli altri. Bisogna immaginare un modello di creazione e distribuzione di conoscenza completamente nuovo. L’allievo di SOLOW sa benissimo che la sfida verrà vinta solo usando 200 miliardi di EURO per far emergere una leadership pragmatica e visionaria in grado di accompagnare un progetto che chiede tempo. 

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