L'esame di maturità dell'Unione Europea: superare l'unanimità

L'unanimità che (non) serve in Europa

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L'editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero, Il Gazzettino del Nord Est e Il Mattino.

L’abbattimento del totem dell’unanimità è considerato, da tempo, la prossima tappa nel processo di integrazione dell’Unione Europea. Tuttavia, gli ultimi tre anni di crisi sempre più veloci ed intensi, ne hanno dimostrato definitivamente l’urgenza. Oggi, a chiedere un’Europa capace di decidere senza veti, non soni solo i “federalisti” (per i quali la questione assume una valenza morale) ma anche conservatori e moderati, che capiscono che una maggiore velocità è condizione di sopravvivenza. Tuttavia, per comprendere quali siano sia le ragioni (molto forti) che i rischi (da prevenire) di un’estensione del meccanismo della maggioranza qualificata, può essere utile far riferimento a due esempi recenti che hanno, entrambi, visto l’Ungheria nei panni di membro più indisciplinato del club. Capire la logica che ispira Viktor Orbán può dare un contributo decisivo a come trasformare un’antica richiesta in una proposta realistica.

In un anno di inaspettata unità dell’Europa rispetto all’invasione dell’Ucraina, è stata appunto Budapest a rappresentare l’ostacolo più arduo per varare dieci pacchetti di sanzioni contro la Russia (così come è stata sempre l’Ungheria, insieme alla Turchia, a costituire il principale scoglio nelle decisioni militari e strategiche della NATO). Nel maggio del 2022, in particolare, l’opposizione di Orbán ad un divieto di importazioni di petrolio, portò ad un compromesso annacquato da eccezioni per l’Ungheria stessa (e la Slovacchia, che spesso accompagna i magiari in queste pretese).

L’embargo per il greggio importato dalla Russia richiedeva l’accordo unanime dell’Europa dei 27, ma l’ostinato ostruzionismo di Orban ha portato ad una deroga temporanea, necessaria per far avanzare i lavori. Il compromesso ha condotto all’embargo immediato per il greggio che arriva dalla Russia via mare: esente dalle sanzioni è l’oledotto Dhruzba (tradotto in italiano “amicizia” ) da cui continueranno ad attingere Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – che rifornisce anche Polonia e Germania, che, però, si sono impegnate a non farne uso dal 2023. I veti diventano, non solo, un’opportunità di ricatto, laddove quasi sempre il recalcitrante viene premiato per la sua resistenza, ma – molto più grave – l’occasione per avere buchi nelle regole di cui approfittano altri senza esporsi (si dà, infatti, il caso che l’Ungheria non sia bagnata dal mare). In questo caso il veto ha enormi costi. Di velocità, ma anche di ambiguità contagiose che si moltiplicano al riparo della retorica del “tutti d’accordo”.

Non meno dannose sono però le forzature. In un altro momento di grave crisi, nel 2015, il Consiglio Europeo decise di applicare la possibilità di decidere a maggioranza qualificata per una tipologia di politiche – quelle migratorie – che, a differenza, di quelle relative alla politica estera, non richiedono l’unanimità. Fu, dunque, deciso di procedere alla riallocazione di 120.000 rifugiati sbarcati in Italia e in Grecia, con una decisione adottata a maggioranza qualificata da parte del Consiglio dell’Unione europea, con il voto contrario di Ungheria e Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania e l’astensione della Finlandia. Andare avanti senza veto consentì di procedere più velocemente e, però, di nuovo il peso della decisione fu compromesso dalle battaglie legali tra l’Unione e due Stati membri, che sostenevano di non dover sottomettersi alle scelte comunitarie. Sia Slovacchia che Ungheria hanno infatti impugnato la decisione del Consiglio. I ricorsi sono stati integralmente respinti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Dunque. Un meccanismo di decisione bloccato dai veti non è più sostenibile rispetto a crisi sempre più veloci (e lo stesso discorso vale per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o per le Conferenze sul cambiamento climatico). Tuttavia, si deve pur essere consapevoli che meccanismi più efficienti possono rompere istituzioni prigioniere di un mito di indissolubilità che sembra ricordare i matrimoni italiani prima che fosse introdotta la possibilità del divorzio.

È giusto estendere i meccanismi di maggioranza qualificata (che, peraltro, prevedono livelli di consenso minimo sia per numero di Stati che di abitanti) a più casi (ad esempio, quelli di politica di sicurezza, ma anche, non meno importante, di armonizzazione delle imposte sulle imprese in un’area che è di libero scambio). E, tuttavia, tale possibilità che può essere introdotta anche senza una modifica dei trattati (con le cosiddette “clausole passarella”) deve prevedere meccanismi di flessibilità senza i quali il giocattolo europeo si romperebbe. È giusto, dunque, ad esempio, decidere che un sottogruppo dell’Unione metta insieme – come è già successo per le politiche monetarie - i nuovi investimenti in tecnologie per la sicurezza digitale (cyber security ). Ma è fondamentale che chi non è d’accordo abbia la possibilità di tirarsi fuori. Da quella specifica alleanza che non si condivide (al momento della sua approvazione o successivamente se cambiassero le condizioni). O persino dall’Unione (potrebbe essere appunto il caso di un’Ungheria quasi mai d’accordo). Ed in qualsiasi caso attraverso meccanismi di separazione che siano prevedibili.

Proprio come i matrimoni prima che fosse introdotta la possibilità del divorzio, l’Unione soffre oggi, insomma, di un eccesso di retorica che costa molto in termini sia di tempo, che di efficacia delle scelte. Un’istituzione capace di sopravvivere a tempi molto instabili ha il dovere di cercare una maggiore efficienza. Superare il totem dell’unanimità può mettere d’accordo tutti, solo se tutti insieme troviamo un meccanismo trasparente per gestire il conflitto che è parte ineludibile delle relazioni tra comunità diverse.

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