Il sogno delle Olimpiadi

Un progetto per rimettere lo sport al centro.

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Scansione dell'editoriale cartaceo

“Anni di duro lavoro racchiusi in pochi minuti che fermano il tempo; ma non c’è niente di più dolce”

Fu Michael Phelps che di medaglie d’oro ne vinse 23 a raccontare la magia di un’Olimpiade. Alla fine di un’Estate resa ancora più indimenticabile per essere arrivata dopo quindici mesi di un incubo senza fine, siamo al decimo posto nel medagliere complessivo. Prima di quelle di Tokyo l’Italia era però in quinta posizione nella classifica che considera tutte le Olimpiadi della storia ed eravamo, addirittura, al terzo posto subito dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica appena dieci anni fa prima dei Giochi di Londra. Sono da celebrare come gli eroi di Atene tutti quelli che partecipano ad un’Olimpiade, ma di davvero straordinario a Tokyo c’è stata la vittoria nei cento metri, nella staffetta quattro per cento e la prestazione dell’Atletica Leggera italiana in quelle che ne sono le gare simbolo. È dalla voglia di correre che sembra essere ripartito un Paese rimasto compresso per troppo tempo.

Per rendere stabile il “miracolo”, vanno costruite attorno a storie fatte di perseveranza e intelligenza, un progetto di rilancio e di riforma che coinvolga tutti.

Le vittorie più belle delle ultime settimane sono figlie di una tradizione che viene da lontano e che migliaia di tecnici coltivano negli stadi di Roma e di cento altre città italiane. Sono italiani alcuni dei momenti che hanno fatto la storia delle Olimpiadi: nel 2004 nella Maratona di Atene – la città nella quale cominciò il sogno a cinque cerchi – vinse Stefano Baldini; nel salto in alto il successo di Tamberi fu preceduto da quello di Sara Simeoni a Mosca nel 1980 e in quei Giochi vinse un certo Pietro Paolo Mennea che aveva appena stabilito uno dei record del mondo più longevi di sempre (quello dei duecento metri che è ancora record europeo). Persino nella staffetta quattro per cento che da, davvero, una fotografia della forza complessiva di un movimento, l’Italia ricorda una medaglia d’argento e una di bronzo conquistate subito prima (Berlino, 1936) e subito dopo (Londra, 1948) una guerra mondiale che bloccò tutte le gare per dodici anni. È vero che mai abbiamo conquistato così tante medaglie come a Tokyo, ma il record precedente fu stabilito alle Olimpiadi di Roma del 1960, quando di medaglie se ne assegnavano meno della metà. Negli ultimi vent’anni, la novità vera è stata la crescita dell’Asia e dell’Oceania (non solo della Cina che ci ha, appena, scavalcato, ma anche del Giappone, della Corea del Sud, della stessa Australia) nello sport così come nell’economia. Il nostro è, però, un Paese che non solo nel calcio, ma anche nel nuoto, nella scherma, nel ciclismo, nell’equitazione è riuscito a far spesso esplodere un talento fatto di resistenza e intuizione.

Questi giochi acquisiscono un valore particolare se però – proprio alla fine di un periodo nel quale la pandemia sembra averci caricato come una molla – troviamo il modo per trasformare l’iniezione di entusiasmo in un progetto che passa, innanzitutto, dal CONI e dalla scuola.

Nel bilancio del CONI del 2018, su 145 milioni di euro di contributi destinati alle federazioni sportive, il 21% andava al calcio (quasi 31 milioni di euro): una cifra superiore alla somma delle risorse che arrivano alle Federazioni di Nuoto, Atletica Leggera, Scherma, Ciclismo e Sport Invernali che, pure, hanno vinto più della metà delle medaglie olimpiche italiane. Dal 2019, la distribuzione del contributo pubblico alle federazioni diventa non più immediatamente intellegibile, perché il rapporto con le federazioni fu trasferito del governo in carica nell’Ottobre del 2018 ad una società – “Sport e Salute” – che non è più controllata dal CONI. Rispetto a quella decisione contestata dal Comitato Olimpico Internazionale e per la quale abbiamo rischiato di sfilare senza bandiere in Giappone, c’è stato un’inversione di marcia.

Le Olimpiadi devono essere però l’occasione per ripensare la strategia di finanziamento pubblico dello sport.

Un modello può essere, proprio, quello del Paese che ci ha dato la soddisfazione delle due vittorie più squillanti arrivandoci vicinissimo e che, però, nelle ultime quattro Olimpiadi ha vinto cento medaglie d’oro: in Gran Bretagna la distribuzione delle risorse viene modificata per ogni periodo olimpico sulla base del numero di praticanti (tenendo conto dei non tesserati che nel ciclismo o nella corsa sono tanti), di considerazioni mediche sulla prevenzione, della possibilità di vincere ed attrarre ancora più persone.

Bisogna, in secondo luogo, portare l’atletica nelle scuole.

Il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) riprendendo i numeri dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica fornisce numeri desolanti: il 17,1% delle scuole elementari sono sprovviste di qualsiasi struttura sportiva e la percentuale arriva ad un quarto se consideriamo il Mezzogiorno. I trecento milioni che il PNRR destina alle palestre sono oggettivamente pochi: rappresentano meno del due per cento delle risorse destinate dal PNRR ai soli interventi sulla scuola (20 miliardi) e toccherebbero l’uno per cento dei circa 40,000 edifici scolastici (anche se a queste risorse andrebbero aggiunti i fondi strutturali per le regioni del Sud). Non è facile portare a collaudo un investimento così capillare, ma l’Italia della campagna vaccinale dimostra che può essere capace di velocità diverse da quelle alle quali eravamo abituati fino a quindici mesi fa.

Investire sullo sport (così come sulla scuola) avrebbe, del resto, il vantaggio di essere – certamente – “debito buono” perché raggiunge, senza intermediazioni, le generazioni più giovani.

Fu Decimo Giovenale a suggellare in una satira l’idea classica - mens sana in corpore sano - che lo sport e la ricerca della conoscenza sono virtù sulle quali è possibile costruire una civiltà. Collegare questi due valori in un progetto concreto, può essere decisivo per recuperare l’entusiasmo diffuso di cui abbiamo bisogno.

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