Il modello a metà della Francia delle rivoluzioni

Attal, Bardelle, i Giochi Olimpici e il vuoto della leadership europea.

Articolo pubblicato da Francesco Grillo per Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino.

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Parigi è la città che riesce a rendere divina la lontananza da Dio. Queste parole attribuite ad uno dei tanti artisti che nel Novecento, passavano parte della propria vita tra i locali di Montmartre per fare un’esperienza di crescita fondamentale, c’è buona parte dell’identità di una città e di un Paese. C’è l’idea - romantica e arrogante - di rendere divina la ragione e la ragione di uno Stato che si è rifondato cinque volte per conservare gli stessi principi. Un’identità sulla quale Macron punta quasi tutte le sue carte per rispondere alla crisi di consenso dichiarando con orgoglio che “la Francia rimane la Francia”, ma che costituisce anche il limite di un modello che fa fatica ad occupare il vuoto di leadership lasciato in Europa da una cancelliera (Angela Merkel) che invece temeva le iperboli. Quella francese è una società che nei momenti di crisi ha la tendenza a ricorrere a giovani principi per salvare il passato e che può solo parzialmente ispirare chi, in Italia, vorrebbe ricostruire sull’identità, un progetto politico destinato a durare.

Non è un record assoluto quello che Gabriel Attal ha stabilito la settimana scorsa, quando è stato nominato il più giovane primo ministro nella storia della Quinta Repubblica francese. Saint-Just affrontò la ghigliottina a ventisette anni da Presidente della Convenzione nazionale che guidava la rivoluzione. Rivoluzione che fu dichiarata finita da Napoleone al termine di un colpo di stato che lo nominò primo console a trent’anni. Attal è, invece, stato nominato da Macron per fronteggiare l’ascesa del Rassemblement National, fondato dai Le Pen e il cui Presidente, Jordan Bardelle, ha 28 anni. E, tuttavia, il caso di Attal e Bardelle, come quello di Laurent Fabius che a 37 anni fu chiamato da Mitterand per riportare rigore a finanze di cui lo stesso Mitterand aveva perso il controllo, sono diversi da quello di Macron. Sono stati scelti per ridare freschezza ad un progetto che gli preesisteva. Macron, invece, diventò Presidente di un movimento che aveva inventato e con il quale riuscì nell’impresa di liquidare i due partiti che avevano governato la Francia per 70 anni.

Nel caso di Attal, si tratta dunque di contribuire a salvare un progetto politico che ha avuto una debolezza che ne è anche la forza: essere minoritario. I voti per il partito fondato da Macron appena sette anni fa, non hanno mai superato il 30% nei primi turni elettorali e ciò però gli dà un doppio vantaggio. Può concentrarsi su un singolo segmento elettorale e permettersi un’agenda radicalmente riformista su molte questioni (inclusa quella europea, riuscendo a esprimere posizioni che non sono né federaliste né scettiche). E, tuttavia, non ne viene penalizzato in quanto, grazie al sistema elettorale francese, al secondo turno, il Partito ha, finora, vinto regolarmente per la presunta ineleggibilità dell’avversario (sia all’estrema destra che all’estrema sinistra) e l’esaurimento del ruolo di repubblicani e socialisti.

È ai giovani che viene affidato il compito di salvare un passato dal quale i cugini sembrano a volte intrappolati. Tre sono gli aspetti che rendono quello francese un modello da studiare ma non da imitare.

Innanzitutto, la forza dell’identità. È legge – promulgata da Mitterand nel 1994 – quella che prevede l’obbligo che qualcuno ha evocato qualche mese fa in Italia provocando molta ilarità: i documenti che anticipano una conferenza organizzata in Francia devono essere in francese e l’obbligo dell’uso della lingua locale ciò diventa un ostacolo burocratico nelle università che devono competere con quelle anglosassoni.

In secondo luogo, una capacità di influenza che sopravvive ad un inevitabile declino economico. La Francia è l’unico Paese al quale rimane ciò che resta di un impero (due territori “non autonomi” e tre dipartimenti dispersi nell’Oceano Atlantico). L’unico dell’Unione che ha un arsenale nucleare, che è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che è secondo solo agli Stati Uniti per numero di dirigenti nominati al Fondo Monetario Internazionale. E, tuttavia, anche per la Francia, vale ciò che in misura maggiore è vero per gli Stati Uniti: essere percepito come potenza, ti fa diventare bersaglio di chi non sopporta più un ordine mondiale che si sta sgretolando. Con l’aggravante di non avere lo status economico per poter finanziare quello politico (anche se è francese l’unica azienda europea tra le prime 20 del mondo per capitalizzazione).

In terzo luogo, la demografia. La Francia ha il più alto tasso di fertilità (1,84 e l’Italia uno dei più bassi, 1,25). E, dunque, i francesi hanno un’età media (41,7 anni) più bassa della media europea (è di 6 anni inferiore a quella media italiana). Ma ciò comporta scelte precise e una riallocazione della spesa pubblica che può essere poco popolare. Come sta sperimentando per l’ennesima volta lo stesso governo Macron che sull’aumento dell’età pensionabile rischia di pagare un prezzo politico alle prossime elezioni europee.

La forza di quell’idea che la Francia ha promosso nel mondo con la forza delle idee e delle baionette, ne è anche la sua debolezza. Quel modello può ispirare per la capacità di fare scelte e di pagarne il prezzo. Un Paese capace di anticipare la storia. Ma la storia si fa anche cercando con pazienza convergenze tra opposti senza la quale le leadership rimangono parziali.

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