Il Futuro del Patto di Stabilità e Crescita
Meriti e limiti della proposta della Commissione e un approccio alternativo
Editoriale di Francesco Grillo per il Messaggero, il Mattino e il Gazzettino del Nord-Est.
Il Patto di Stabilità e Crescita è dovunque, tranne che nelle statistiche economiche. Si può parafrasare il premio Nobel Robert SOLOW per raccontare il paradosso di quello che è stato probabilmente il più controverso dei regolamenti che l’Unione Europea si è data. Prima della sua sospensione avvenuta nel 2020 per fronteggiare l’eccezionale situazione creata dalla pandemia, il patto riusciva ad unire nella critica dei propri effetti sia gli Stati preoccupati della stabilità (quelli nordici), sia quelli che avevano maggiormente bisogno di crescita (come Italia e Spagna). Due mesi fa la Commissione Europea ha avanzato una proposta di revisione del patto che ha dei meriti. Ma anche dei limiti, che vale la pena discutere con urgenza per migliorare quello che continua ad essere un cardine dell’integrazione europea.
Ha torto chi con disinvoltura parla di fallimento del sistema di governo economico dell’Unione che fu adottato nel 1997 e riformato l’ultima volta nel 2013. La creazione – mai sperimentata prima nella storia – di un’unione monetaria tra Stati sovrani nel 1999, creava infatti il rischio di un minore incentivo tra i Paesi meno rigorosi a tener sotto controllo le proprie finanze. In questo senso, il patto ha avuto il merito di evitare guai ancora peggiori di quelli vissuti con la Grecia nel 2011.
E, tuttavia, se consideriamo le statistiche, i critici sembrano aver ragione. Prendendo come riferimento gli anni che precedono la pandemia, che ha fatto deflagrare le finanze di tutti i Paesi, nel 2019 ben 13 dei 28 Paesi dell’Unione continuavano a navigare su valori del debito pubblico sul PIL superiori a quelli fissati dai Trattati al 60%, (con un indebitamento superiore all’interno dell’area euro che tra i paesi dell’Unione che non ne facevano parte). Nel frattempo la stessa crescita per l’area euro (del 2% nel periodo 2014 – 2019) continuava ad essere strutturalmente inferiore a quella delle grandi economie (3% negli Usa; superiore al 6 in Cina e India).
La proposta della Commissione del 9 novembre scorso è diventata già pazialmente operativa con le linee guida annunciate ieri - 7 marzo - dai Commissario Gentiloni e Dombrovskis e che gli Stati dovranno seguire per il prossimo anno. Essa formula un nuovo processo di coordinamento fiscale che si articola in quattro fasi. I Paesi vengono divisi in tre gruppi ad alta, media e bassa vulnerabilità sul debito, applicando un metodo di analisi consolidato. In un secondo momento, la Commissione definisce un percorso di rientro che rispetto ai meccanismi attuali usa come indicatore non il deficit, ma la spesa pubblica che lo Stato controlla (in maniera da escludere l’effetto di maggiori tasse, ma anche oneri che automaticamente scattano in caso di crisi). Successivamente, i singoli Paesi presentano un piano di riforme e investimenti (proprio come per il PNRR) che possono aumentare la crescita o ridurre l’indebitamento in tempi medi, ottenendo un percorso di aggiustamento meno rapido. Infine, la Commissione valuta la proposta riferendo al Consiglio europeo e – ottenuta l’approvazione - il singolo Stato la implementa.
Il meccanismo salutato come radicale da alcuni è in effetti uno sviluppo dell’impostazione vigente dal 2013. L’indicatore che controlla le finanze diventa la spesa pubblica, mentre era il “deficit di medio periodo” che, come nella proposta di riforma, differenziava i Paesi per sostenibilità del debito. Anche il vecchio patto di stabilità prevedeva traiettorie da realizzare nel tempo, anche se adesso si allungano fino a 10 anni. La novità vera è però l’introduzione delle riforme e degli investimenti come leva per rendere meno oneroso l’aggiustamento. Esiste, però, proprio sulla questione delle riforme, un problema concettuale. Nonché un nodo politico.
È verissimo che è riformando (anzi, riorganizzando) la macchina dello Stato che si può recuperare un equilibrio. Ma è altrettanto vero che è rischioso per la stessa Commissione assumere il ruolo del maestro che valuta, con una matita rossa e blu, i programmi dei governi nazionali. Magari sulla base di un qualche testo consolidato su cosa è un “buon governo”. Questo è un equivoco grave, perché la realtà è che navighiamo – noi e la Commissione – in complessità (“acque non mappate”, come direbbe Draghi) rese nuove da grandi discontinuità tecnologiche. Non c’è più un testo del “buon riformatore” al quale attenersi. E non c’è neppure un momento di “negoziazione” di un pacchetto di cambiamenti al quale far seguire un’ “implementazione”.
Meglio, molto meglio semplificare ulteriormente concordando con i singoli Stati (e con l’intero Consiglio) pochi obiettivi che tutti possano comprendere. In maniera che quegli obiettivi diventino politici. Va bene quello sulla spesa pubblica. Ma andrebbe bene anche quello sulla riduzione del debito pubblico se ci fosse uno strumento fiscale dell’Unione capace di supportare automaticamente chi è in difficoltà in tempi di crisi. Rispetto a tali obiettivi, va lasciata agli Stati la discrezione di seguire un proprio approccio. Ciò aumenterebbe, peraltro, la possibilità di imparare gli uni dagli altri e il compito della Commissione dovrebbe essere quello di organizzare tale apprendimento.
Può non piacere a chi – da una pubblica amministrazione sovranazionale – ha l’urgenza di far realizzare in tempi rapidi a pubbliche amministrazioni che sono invece nazionali. E, tuttavia, il grande problema che il ventunesimo secolo è quello governare un’economia in un’epoca definita dal rischio. La sfida da vincere con pragmatismo è quella di assicurare una “stabilità” sufficiente ai cittadini, mentre tentiamo di crescere adattandoci ad un contesto che esige strumenti completamente nuovi.