Dopo la pandemia: governare la globalizzazione come imperativo morale

Le organizzazioni internazionali per governare un secolo nuovo.

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero 

Scansione dell'editoriale cartaceo 

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È morta la globalizzazione? E se non lo è con quali forme si riproporrà tra qualche mese quando torneremo ad un “nuovo normale” di cui ancora non sappiamo immaginare le forme? Le parole che Angela MERKEL e Mario Draghi hanno usato al Global Solutions Summit (un’iniziativa di una fondazione di Berlino che chiede a politici e pensatori di partecipare alla ricerca di soluzioni possibili dei problemi affrontati dalle organizzazioni internazionali) assomigliano ad una rotta per navigare acque che nessuno ha, ancora, avuto il tempo di studiare. L’Unione Europea può essere un modello di integrazione tra Stati utile a rafforzare lo stesso G20 (che unisce le 20 maggiori economie del pianeta) e sviluppare modelli di governo di complessità nuove. Toccherà, tuttavia, a nuove generazioni di leader farci approdare ad un ordine mondiale nuovo che sarà radicalmente diverso da quello che fu immaginato alla metà del secolo scorso.

I diciotto mesi che cominciarono alla fine di DICEMBRE all’ospedale di WUHAN in CINA, saranno, probabilmente, ricordati dagli storici come quelli che hanno fermato il mondo. Ed è questo l’elemento che distingue questo evento dalle guerre, persino dalle altre grandi epidemie che stroncarono centinaia di milioni di vite umane. Mai come nell’ultimo anno e mezzo, la velocità delle nostre esistenze è stata così fortemente rallentata. Quel processo che chiamavamo “globalizzazione” non è, però, morto. Continuano ad arrivare sulle nostre tavole cibi confezionati a decina di migliaia di chilometri di distanza e lunghissime catene produttive si stanno riorganizzando per diventare più resistenti ad interruzioni improvvise. Le idee viaggiano ancora più velocemente di prima e le grandi piattaforme digitali diventano quello che le ferrovie, le autostrade, i porti e gli aeroporti furono per altre rivoluzioni industriali. E, tuttavia, ciò che mai più dimenticheremo, è che improvvisamente una società che era fatta di viaggi, è rimasta a casa, senza poter uscire dal proprio comune. Poi dalla propria regione. Resiste, ancora, dopo quindici mesi un confine tra Stati che può costare lunghe quarantene e che, in quel mondo scomparso nel GENNAIO del 2020, molti scavalcavano più di una volta alla settimana.

La globalizzazione non è, però, morta e, anzi, l’avveramento di quello che era il desiderio di molti “nativisti” (come li chiama DRAGHI) di ritornare tutti rinchiusi in “microscopiche patrie” sembra aver caricato come una molla un desiderio di viaggio che si sta trasformando in una valanga: in questi giorni, ne sono piacevolmente travolte agenzie turistiche sono rimaste per mesi senza lavoro. Sarebbe, però, un errore fatale immaginare che quella verso la quale veleggiamo è un ritorno ad un passato che era già in cattiva salute prima che un virus misterioso ne decretasse la morte. Solo dopo le grandi guerre globali, il mondo si è saputo dare nuove istituzioni per governare la propria diversità: nel 1918 concepì la Società delle Nazioni; nel 1945 le Nazioni Unite (ONU) accompagnata dalle altre organizzazioni internazionali; e nel 1957 quella comunità europea che è stato l’esempio di maggior successo di integrazione pacifica tra gli Stati.

Due sono gli ingredienti per governare un mondo che ci è sfuggito di mano usando la democrazia (intesa come legittimità di chi esercita potere e capacità di mobilitare le persone attorno ad un progetto di cambiamento) ed efficienza (e cioè la velocità con la quale si risponde alle crisi).

In primo luogo, va semplificato il processo attraverso il quale si assumono decisioni di natura globale, riducendo il numero di soggetti che vi partecipano. Può sembrare non “politicamente corretto”, ma è evidente che un’assemblea fatta di 193 Stati (come succede per quella che si riunisce al palazzo di vetro dell’ONU a New YORK) si è, da tempo, trasformata in un rito costoso e inutile. Molto più interessante un modello come quello del G20 e che l’Italia presiede quest’anno. Spostare potere da Organizzazioni tra Stati a luoghi dove in maniera permanente si confrontano pochi Paesi di dimensione continentale (Russia, Stati Uniti, India, Cina) e Unioni di Paesi che condividono geografie e storie (come l’Unione Europea) può essere l’evoluzione futura. Un modello sulla base del quale riorganizzare il modo in cui affrontiamo le grandi questioni: il cambiamento climatico, la minaccia nucleare e batteriologica; il ripensamento di sistemi fiscali non più capaci di stare dietro a fenomeni multinazionali. 

In secondo luogo, le organizzazioni regionali vanno rese più numerose e internamente compatte. È vero, come ricordano Draghi e la MERKEL, che l’Unione Europea può e deve continuare ad essere ispirazione per Paesi che possano unire la propria voce in Africa, in Sud America, nel mondo arabo e nella parte di Asia e di Oceania che sono bagnate dal Pacifico. È altrettanto vero che, però, la stessa Unione Europea è frenata dalle unanimità che le hanno impedito, persino, di equiparare le aliquote fiscali in un’area di libero scambio.

Hanno ragione i leader di un mondo pensato per un altro contesto, a proporci il governo della globalizzazione come imperativo morale.

Per riuscirci, però, dovremo avere il coraggio di scelte che ci facciano abbandonare una retorica che – di fronte alla pandemia – si è rilevata spesso vuota. Meno unanimità, più efficienza: sono queste le strade obbligate che dovrà tentare chi avrà voglia di “salvare il mondo” da un secolo che ci chiede un investimento straordinario in idee e coraggio.

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