Difesa europea : l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle guerre e il nodo della spesa

C’è una spesa pubblica che sembra destinata ad una crescita capace di sfidare anche le leggi del debito pubblico: quella militare.

Articolo scritto da Francesco Grillo e Paola Bonomo per Il Sole 24ore

C’è una spesa pubblica che sembra destinata ad una crescita capace di sfidare anche le leggi del debito pubblico: quella militare. Il 2023 ha del resto fatto registrare (secondo il THINK tank PRIO di OSLO) il massimo numero di conflitti e il record per numero di vittime (superiore alle 300 mila) dalla fine della Seconda guerra mondiale. A preoccupare poi è il fatto che si sfiorino potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Cina) o che potrebbero esserlo (Israele, Iran). E, tuttavia, è, davvero, solo questione di quanti soldi spendiamo? Il dibattito ignora, in effetti, un fattore che è decisivo: si chiama tecnologia e sta cambiando completamente la forma della guerra.

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Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni del 2012, il candidato repubblicano Romney contestò ad Obama che il numero delle navi a disposizione degli Usa era sceso sotto quello che si registrava negli anni Cinquanta. Il Presidente americano, segnando quello che fu il punto decisivo di una memorabile campagna elettorale, rispose fulminante: “Ha ragione Senatore. E le do un’altra formidabile notizia: l’esercito americano ha, oggi, anche meno cavalli di quanti ne potesse schierare durante la guerra di secessione. E, tuttavia, ciò non ha impedito agli Stati Uniti di raggiungere un vantaggio militare che non era mai così grande”. Il paradosso si spiega considerando che la difesa di un Paese va costantemente riorganizzata tenendo conto di due fattori: il progresso scientifico che consente, in teoria, di aumentare la propria forza, diminuendone il costo; la tipologia delle minacce da fronteggiare che negli ultimi vent’anni sono state trasformate radicalmente da nemici nuovi.

E, in realtà, è proprio la guerra in Ucraina a dimostrare quanto i conflitti – persino, quelli più vicini alla formula tradizionale dello scontro tra Stati – stiano cambiando. In Ucraina si sta combattendo una guerra stranissima: antica, per certi aspetti, e anzi più simile alla Prima che alla Seconda guerra mondiale perché bloccata in trincea da mesi; e, tuttavia, quasi completamente senza l’uso della marina e dell’aviazione e con un protagonista nuovo: i droni. Droni che, però, sono i nodi, i vettori di due reti di comunicazione che si stanno scontrando invisibili nei cieli che sovrastano scenari spettrali.

Sono diecimila i droni che l’esercito ucraino sta perdendo ogni mese (secondo il THINK tank inglese RUSI). Sono, invece, solo trenta quelli sovietici abbattuti dall’inizio del 2023 (mentre ne furono persi 150 nel 2022), dei quali cinque tirati giù dalle brigate WAGNER durante il loro famoso ammutinamento. Quella in Ucraina è, ormai, quasi esclusivamente una guerra combattuta da oggetti che volano senza equipaggio. Guidano missili sempre più precisi. E, a loro volta, sono guidati verso il proprio bersaglio da intelligenze artificiali che imparano a conoscere il nemico, o verso la propria autodistruzione, quando sono intercettati dagli hackers avversari. La fanteria gioca un ruolo sanguinoso ma, sostanzialmente, passivo perché si limita da fare da bersaglio e ad avanzare verso postazioni che le vengono indicate dalle reti. Oggi per Valery ZALUZHNJI, che è il comandante delle forze armate ucraine, la guerra è già completamente elettronica.

I motivi per i quali la guerra del futuro sarà, sempre di più, una guerra tra droni sono tre. I droni sono, paradossalmente, meno sofisticati dal punto di vista della ricerca e costano di meno: con un singolo F15 (il caccia super sonico che gli ucraini aspettano da mesi dalla NATO, anche se, probabilmente, non potrebbe volare) ne compri abbastanza per poterne perdere quanti l’Ucraina ne ha persi in un anno. Sono molto più utili perché se la guerra si gioca sulla qualità e sulla quantità di dati, è evidente che un oggetto volante, piccolo, capace di mimetizzarsi e aggirare il fronte, restituisce immagini più accurate per localizzare le molto più costose postazioni avversarie. Infine, sono, certamente, meno vulnerabili di elicotteri che sono grandi e lenti (anche se non sostituibili per spostare truppe su terreni devastati dalle bombe). Sono robot quelli che si scontrano in Ucraina e, presto, saranno senza equipaggio anche i sommergibili e i carri armati. E forse i fanti stessi.

E non è detto che se la guerra diventa elettronica, i rapporti di forza rimangano gli stessi. Gli ucraini utilizzano, soprattutto, droni dell’azienda cinese DJI che ha ricavi superiori a quelle degli altri 19 più grandi produttori messi insieme. Ed è, senz’altro, russa una delle più robuste scuole che ha allevato gli hackers capaci di attacchi clamorosi alle infrastrutture digitali altrui. Gruppi terroristici (come Hamas) fanno ricorso ai droni per portare il conflitto con avversari più forti, su un terreno diverso. Gli Stati Uniti e Israele hanno ancora la leadership nelle tecnologie digitali applicate ala difesa; ma ci sono concorrenti che si stanno specializzando a trasformare in proprio vantaggio, la complessità dei sistemi informativi dei propri avversari.

È vero che in un mondo più pericoloso, conviene prepararsi alla guerra per gestirne i rischi. Ma ha ragione Obama a pretendere intelligenza quando si parla di cose serie. Un dibattito interamente concentrato su quanto spendiamo non ha senso pratico. Se gli Stati europei vorranno continuare ad avere la forza di anticipare i conflitti prima di esserne travolti, dovranno condividere la propria forza militare (che era la prerogativa che definiva gli Stati) e le commesse per evitare duplicazioni inutili. Ma anche ripensare una difesa che è, ancora, quella pensata per l’ultima guerra che l’Europa ha vissuto direttamente. Ormai ottant’anni fa.


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