Crisi europea e crisi nazionali

Una strategia per superare il cortocircuito.

Editoriale di Francesco Grillo su Il Messagero, Il Mattino e Il Gazzettino

Crisi Europea e Nazionale

Possono leader politici di democrazie nazionali deboli, rendere più forte un’Europa che ha l’assoluto bisogno di rispondere a problemi che rischiano di soverchiarla? È questa la contraddizione più difficile che il dibattito sulla riforma dell’Unione Europea sembra evitare. Ed è una contraddizione resa evidente dalla velocità con la quale siamo riusciti a bruciare l’ultima illusione: solo Venerdì scorso avevamo salutato l’incontro a Kiev dei capi di governo dei tre principali Paesi dell’Unione Europea, come lo storico inizio di una rifondazione dell’Unione. È bastato il fine settimana per ricordarsi che, persino, Macron, quello che doveva essere il più stabile dei leader che devono cambiare l’Europa, non ha neppure il consenso necessario per formare una maggioranza parlamentare a casa propria. In realtà, la grande difficoltà con la quale l’Unione Europea ha a che fare da decenni, è il riflesso di una crisi più profonda delle democrazie negli Stati che dell’Unione sono parte. Ed è questo legame tra crisi che va spezzato con una strategia che deve trovare un approdo concreto.

È stata un’idea potente sul piano dei simboli, quella di ritrovarsi a discutere su come "rifondare" l'Europa viaggiando verso le macerie di un Paese che paga la sua voglia di farne parte. Incoraggiante è che Draghi, Macron e Scholz abbiano scoperto osservando da un finestrino le conseguenze della guerra, di avere le stesse idee su come ridare vigore ad un progetto nato proprio per impedire il ripetersi di quelle barbarie. E, tuttavia, l’idea di una rifondazione deve fare i conti con due importanti problemi che non sappiamo ancora come risolvere.

La prima è che esiste una contraddizione tra l’idea di allargare l’Europa e quella di renderla, finalmente, più coesa. È proprio dai Paesi di adesione più recente, proprio da quelli che con l’Ucraina confinano (Polonia, Ungheria) che arrivano i problemi più difficili da risolvere per un’Europa che è costretta a faticosi negoziati nei momenti nei quali è importante la velocità. La seconda debolezza che, finora, qualsiasi tentativo di riforma ha dovuto scontare è quella di affidarsi a leadership che, persino nei Paesi più grandi e che dell’Unione furono fondatori, appaiono inesorabilmente transitorie: anche se ci si volesse affidare ad un patto tra Francia, Germania e Italia, esso non potrebbe mai essere di “ferro” perché è molto difficile che i capi di governo di tutti e tre i Paesi abbiano contemporaneamente sufficiente stabilità politica. Quali allora le soluzioni?

Da tempo, tutti - o quasi - invocano l’abolizione dell’unanimità per evitare il paradosso di doversi ritrovare nella situazione in cui è necessario comprare il consenso di chi rallenta tutti gli altri. E, tuttavia, è necessario andare oltre le enunciazioni vaghe e dare sostanza al principio.

Le decisioni che il Consiglio Europeo assume sono già per l’80% dei casi prese a maggioranza qualificata, con un meccanismo che prevede che sia sufficiente il consenso del 55% degli Stati (15 su 27) e in maniera tale che essi rappresentino il 65% della popolazione dell’Unione. L’unanimità vale per tutte le questioni relative alla difesa comune e quasi tutte quelle che hanno a che fare con la politica nei confronti di Stati terzi: è su questi temi che più recentemente la Commissione ha chiesto - ad esempio quando si tratta di deliberare sanzioni o di inviare spedizioni umanitarie o di prendere posizioni comuni su violazioni di diritti umani - di estendere il metodo della maggioranza qualificata.

E, tuttavia, va considerato che quasi sempre, anche quando non è strettamente necessario – ad esempio nelle decisioni relative al mercato interno – il Consiglio Europeo decide senza alcun voto contrario. Ciò in quanto adottare una decisione a maggioranza, laddove quella decisione impegna anche lo Stato che è contrario, può aprire fratture pericolose. Decidere, cioè, di procedere comunque con determinate decisioni assunte a livello europeo, laddove quelle determinazioni richiedono un impegno degli Stati che conservano sovranità ultima sul proprio territorio, sulle proprie forze armate, sulle proprie finanze, può far esplodere la contraddizione della natura stessa di un’Unione che continua a dipendere dalla cooperazione di tutti i propri soci. Quale allora la soluzione?

L’idea che, prima o poi, finirà con l’emergere, è di aprire gli stessi trattati all’ipotesi che all’interno dell’Unione Europea, diventi fisiologico che pezzi dell’Unione, gruppi di Stati formino tra di loro integrazioni molto più rafforzate e stabili decidendo di rinunciare a pezzi di sovranità. Questo significherebbe cedere potere ad una gestione comune che meno frequentemente abbia bisogno di passare attraverso il consenso dei propri governi. Tali integrazioni sarebbero concepite per specifici scopi (ad esempio, quello di uscire dalla dipendenza dalle forniture di gas da parte della Russia entro una certa data) e durerebbero il tempo necessario a conseguire quell’obiettivo.

Dimitri Medvedev, il Presidente del Partito Politico che domina il Parlamento russo da decenni, ha, qualche giorno fa, beffardamente sfidato l’Unione alludendo ad un suo possibile scioglimento, prima ancora che l’Ucraina ne possa far parte. A quella sfida arrogante si risponde, riconoscendo che gli oligarchi russi ci costringono a fare i conti con quelle che sono nostre antiche contraddizioni. Per riuscirvi servono i simboli ma non bastano tre leader che si trovano in treno ad osservare gli effetti della barbarie. È necessaria la mobilitazione di opinioni pubbliche che sentano che è nell’Unione il proprio possibile futuro ed il pragmatismo di chi non si accontenta più di narrazioni che durano qualche giorno.

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