Quante probabilità ci sono che la guerra diventi nucleare?

Una strategia per uscire dall'incubo peggiore 

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e il Gazzettino del Nord Est

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L’autostrada che porta in un’ora dall’aeroporto di Rzesow in Polonia alla città di Przemysl al confine e che, dopo altre poche decine di chilometri, porta a Leopoli in Ucraina. Potrebbe essere questo, secondo gli analisti che seguono la guerra in Ucraina da Varsavia, il luogo dove potrebbe tornare lo spettro peggiore che il ventesimo secolo abbia prodotto. Settantasette anni dopo la sua apocalittica comparsa a Hiroshima e Nagasaki, è probabile che oggi ci siano più possibilità di un attacco nucleare su piccola scala di quante ce ne fossero nel 1962, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sfiorarono la catastrofe.

Per tre decenni ci eravamo quasi dimenticati di aver intrappolato nelle viscere dei siti nucleari il demone che accompagnò la storia, dalla fine della seconda guerra mondiale allo scioglimento dell’impero che Gorbaciov tentò di salvare. All’improvviso il fantasma si è risvegliato e ad un’umanità che non vi era abituata toccherà scegliere, nelle prossime settimane, tra tre scenari che corrispondono a tre mondi diversi.

I numeri della follia nucleare sono incerti ma impressionanti: il grafico che segue prova a sintetizzarli. Secondo la federazione degli scienziati americani che grazie al finanziamento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, segue dal 1945 la questione, il mondo possiede circa 12.700 ordigni nucleari, dei quali circa 11.500 sono in dotazione di Stati Uniti e Russia.

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È un numero assai inferiore al picco del 1986 quando il numero di bombe atomiche era sei volte più elevato e Reagan incontrò Gorbaciov a Rejkiavik per porvi un limite. C’è peraltro da dire che “solo” circa 3700 di queste testate, sono di natura “strategica” (in grado, cioè, di colpire il territorio nemico viaggiando per migliaia di chilometri in pochi minuti) e pronte all’uso. Si tratta, però, di armi che sprigionano un potenziale distruttivo medio (di 400 chilotoni) venti volte superiore a quello della bomba che a Hiroshima fece letteralmente scomparire 150,000 persone.

In pratica Russia e Stati Uniti potrebbero distruggersi reciprocamente venti volte e hanno speso 6.000 miliardi di dollari per superare – di venti volte, appunto – il limite minimo per garantirsi la distruzione reciproca sulla base della quale fu costruita la “pace” fragile durata per più di mezzo secolo.

Oggi ad essere improvvisamente non più esclusa, è la possibilità che i Russi utilizzino un’arma nucleare “non strategica” ma sufficiente per fare terra bruciata della rotta attraverso la quale gli Stati Uniti e diversi Paesi europei stanno rifornendo di armi l’Ucraina. Del resto, il ministro degli esteri russo Lavrov ha già abbondantemente chiarito che tale azione è considerata un atto ostile. Un attacco limitato di una Russia in difficoltà porterebbe l’intera vicenda su una scala diversa e metterebbe la stessa NATO di fronte ad una scelta esistenziale difficilissima.

Tre sono gli scenari di evoluzione della crisi, se consideriamo pienamente l’opzione nucleare. E tra i tre è l’Occidente a dover fare una scelta che ne può definire il futuro.

Una prima ipotesi si verifica, appunto, nel caso di “escalation” del conflitto. Ad un attacco nucleare limitato e finalizzato a colpire un’operazione militare sul territorio polacco, la NATO dovrebbe, in teoria, rispondere colpendo la Russia. La scelta non potrebbe non diventare subito la più drammatica mai fatta. Gli europei e gli americani, cresciuti in 80 anni di pace (disturbata da echi di conflitti sempre più vicini ma mai fisicamente vissuti), difficilmente accetterebbero l’automatismo: ciò che rende non impossibile questa decisione è che essa ha il potenziale di far uscire Putin dall’angolo e costringere la NATO a dover scegliere tra il tradimento della propria missione e una catastrofe che nessuno di noi è pronto a concepire.

Una seconda ipotesi è, invece, quella di un Occidente che – consapevole del rischio – decidesse spingere per un accordo tra Ucraina e Russia per contenere il conflitto in una dimensione convenzionale. Molto probabilmente, Putin otterrebbe quello che voleva all’inizio di una campagna militare preparata e condotta malissimo. E l’Occidente dovrebbe, di nuovo, accettare compromessi che non sono molto diversi dai rospi digeriti – ad esempio in Crimea - in tanti anni di impotente confronto con dittatori pronti a tutto.

Il terzo scenario ha il torto di avere tempi più lunghi che l’Occidente ha, per anni, ignorato. Se riuscissimo a minimizzare i danni di un conflitto che neppure Putin può vincere, dal giorno dopo l’Occidente dovrebbe continuare la sua battaglia per un mondo libero da un’ipoteca che mette a rischio la vita dei nostri figli e da criminalità che si organizzano per controllare grandi Paesi (come la Russia) e enormi risorse energetiche. Si può capitolare, se l’alternativa è l’apocalisse, nel Donbass, ma un piano serio deve prevedere un azzeramento - in tempi brevi e senza ritorno - delle importazioni di gas e metano dalla Russia (che continuano mentre, invece, scherziamo con il fuoco delle forniture militari) puntando alla sostituzione del regime di Putin con una democrazia che in Russia ha, già, sostenitori, energie intellettuali, interessi. Da domani però deve diventare prioritario anche l’abbandono definitivo di una minaccia che non è solo moralmente inaccettabile, ma anche obsoleta come quell’ordine mondiale che essa garantiva.

Il problema è che per arrivare al terzo scenario mancano quei leader - Kennedy, Khrushchev, Reagan, Gorbachev – che ebbero tanta forza da potersi permettere il coraggio di scegliere la pace. E di pagarne il prezzo. Oggi abbiamo solo Francesco che parla con la stessa chiarezza che ebbe il Papa Giovanni XXIII, mentre rischiammo di morire per Cuba.

È per questo motivo che siamo noi a dover trovare l’urgenza e l’intelligenza per mettere davanti all’interesse mediocre, l’istinto di sopravvivenza di un’intera specie.

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