Cinque Idee dal Manifesto delle Dolomiti.

La proposta che arriva da Trento a Sharm el-Sheikh.

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero..

 foto manifesto art

Non arrenderti, docile, a quella notte seducente”.

Sono le parole di una delle poesie più citate nella storia del cinema. Lo scrittore gallese, Dylan Thomas, le scrisse a Firenze nel 1951 e la strofa diventa il ritornello che accompagna la storia di un astronauta e di sua figlia che nel film Interstellar cercano di salvare l’umanità da un disastro ambientale. Nel film, il mondo sembra progressivamente sparire: divorato da tempeste di sabbia e da una sfiducia crescente che gli uomini hanno maturato nei confronti della propria intelligenza. In un certo senso è la condizione che contraddistingue questo inizio di ventunesimo secolo: non crediamo agli allarmi sul cambiamento climatico che ci arrivano dagli scienziati e la sensazione è chi ci stiamo arrendendo all’idea che la catastrofe sia inevitabile.

La prima conferenza globale delle Dolomiti sul cambiamento climatico che si è svolta la settimana scorsa, nasce dall’idea di portare in Italia il luogo dove sviluppare le idee che possano influenzare l’agenda dei 198 Stati del mondo che, ogni anno, si riuniscono a novembre per concordare cosa fare per fermare l’aumento delle temperature.

I numeri dell’ultima edizione del rapporto delle Nazioni Unite (l’IPCC pubblicato la scorsa settimana), sono ormai più di un avvertimento: lo stesso fatto che la quantità di emissioni si sta appiattendo in alto, laddove le temperature stanno invece aumentando in maniera esponenziale, significa che siamo al punto oltre il quale perdiamo il controllo del processo che abbiamo innescato. Lo dicono i numeri, ma anche l’esperienza di tutti.

Grafico ed 31 ott

Quest’estate, centinaia di milioni di famiglie e agricoltori hanno sentito sulla pelle e sulla terra gli effetti della siccità. In realtà, di cambiamento climatico si parla dagli anni ottanta e il primo dei grandi summit delle Nazioni Unite (COP) dedicati alla questione, si tenne nel 1995: a presiederlo c’era una quarantenne ministra dell’ambiente cresciuta nella Germania dell’Est, Angela Merkel.

Perché allora i progressi sono stati così lenti? Secondo i cinquanta manager, politici, economisti, studenti, scienziati che sono arrivati da tutto il mondo a Trento/Bolzano, il problema è che continuiamo a usare istituzioni pensate per governare un secolo (il ventesimo) molto più stabile. Il manifesto della conferenza porterà cinque idee già in Egitto, a Sharm el-Sheikh dove, il 6 Novembre comincia la ventisettesima Conferenza della Parti (COP, così si chiama l’assemblea delle Nazioni Unite sul clima). L’Italia e l’Unione Europea può trovarvi le ragioni di una leadership persa.

La prima idea è che la COP vada semplificata. Non ha senso perdersi in unanimità che richiedono la firma di 198 Capi di Stato (le parti, appunto). In realtà, bastano tre soli Paesi – India, Stati Uniti e Cina – per conteggiare più della metà delle emissioni che sono scaricate ogni anno nell’atmosfera. Il grafico che accompagna questo articolo dice che se anche l’Unione Europea dovesse tagliare del 55% le proprie emissioni entro il 2030 (come si è promessa), ciò non sarebbe sufficiente per salvarsi: dobbiamo investire tutto il nostro capitale politico nel farci da mediatore tra le tre grandi potenze.

In secondo luogo, occorre, invece, includere soggetti che, al momento, non firmano patti: le grandi città sono parte rilevante del problema, ma anche il luogo dove si sperimentano le possibili soluzioni. Le città devono essere incoraggiate a correre il rischio di essere avanguardia che gli altri centri possano imitare. In Italia, ci sono nove Comuni – tra i quali Roma – che si sono impegnati con la UE a raggiungere la “neutralità” climatica entro il 2030: il prossimo Ministro dell’Ambiente dovrebbe assumere la leadership di una promessa a cui, attualmente, mancano coordinamento e risorse.

La terza proposta che arriva da Trento a Sharm El Sheikh è di puntare molto di più su progetti che affianchino i capitali pubblici con quelli privati. Sarebbe questo, peraltro, uno degli “aggiustamenti” che programmi complessi come il PNRR devono considerare. A ciascun euro speso dello Stato in un progetto, deve corrispondere una somma almeno equivalente rischiata da un privato (o da una fondazione) nello stesso progetto. E un indicatore che ne misura l’impatto.

Alle questioni di governo globale, sono, poi, legate quelle della democrazia e dei tempi della politica che sono schiacciati sul breve periodo. Del cambiamento climatico sembrano molto più preoccupati i giovani che erediteranno il problema e che preferiscono consumi meno inquinanti: negli Stati Uniti, tra quelli con meno di trent’anni scende del 30% il numero dei possessori di un’automobili. Meccanismi che adottino quote di rappresentanza per età, simili a quelli utilizzati per aumentare la presenza delle donne nelle istituzioni, potrebbero essere utili.

Infine, però, la battaglia ambientale non può diventare bandiera di élite urbane.

La grande trasformazione energetica, così come la risposta alla crisi delle bollette, deve essere disegnata in maniera tale che le persone meno abbienti la trovino conveniente. In fondo, far diventare la produzione di energia disponibile ovunque, sarebbe una formidabile leva di lotta alle diseguaglianze. Ed è, persino, naturale che l’investimento in fotovoltaico ed eolico, parta dalle aree rurali.

Sono cinque le leve per non perdere la battaglia più importante del ventunesimo secolo: hanno a che fare con l’idea di impegnare tutti in una sfida che non può essere delegata a esperti che analizzano senza proporre soluzioni e agli ambasciatori che provano a occupare uno spazio che deve essere della Politica. Di una Politica che abbia il coraggio di immaginare il futuro che sarà abitato dai nostri figli.

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