Cambiamento climatico. Tempo scaduto

La ricetta dell’ingegno nella lotta per la sopravvivenza del genere umano sul pianeta Terra.

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

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Il futuro ci sta precipitando addosso.

Tra possibilità che non riusciamo neppure ad immaginare e minacce che ormai toccano le nostre famiglie e le nostre vacanze. In Sicilia, Siracusa, quasi senza accorgersene, sono riusciti a vivere la giornata più calda della storia d’Europa: 48,8 gradi. E fu propria Siracusa a essere al centro di uno dei primi disastri ambientali che la storia ricordi: duemila e duecento anni fa, quella che era – secondo Cicerone – la più grande delle città greche si difendeva da enormi navi da guerra romane costruite abbattendo boschi con una velocità destinata ad accelerare la desertificazione di un Nord Africa allora fertile. E a Siracusa, Archimede, uno dei più grandi scienziati della storia usò le radiazioni del sole concentrati in grandi specchi, per incendiare le ammiraglie nemiche e salvare il proprio mondo. Avremo ancora una volta bisogno di tutto l’ingegno che l’istinto alla sopravvivenza riesce a scatenare, per sopravvivere ad un cambiamento climatico che sta per colpirci con la violenza di dieci pandemie.

L’ultimo rapporto del gruppo di studio delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) non lascia margine ai dubbi. L’accordo di Parigi del 2016 prevedeva un impegno a stabilizzare l’aumento delle temperature globali entro 1,5 gradi rispetto ai livelli registrati nel periodo (tra il 1850 e il 1900) che precede l’ultima rivoluzione industriale, laddove quell’aumento è – a oggi - di 1,09 gradi. La novità di Parigi fu quella di spostare il piano delle promesse reciproche da quello relativo alle emissioni di anidride carbonica (CO2) per Paese ad uno focalizzato su un obiettivo finale condiviso da tutti.

Secondo l’IPCC il tempo per salvarci dal disastro è però scaduto: il rapporto considera l’aumento della temperatura in cinque diverse ipotesi di evoluzione delle emissioni nell’atmosfera e anche in quella migliore (che prevede l’azzeramento delle emissioni nette nel 2050) non si riuscirebbe a rispettare la linea Maginot (1,5 gradi) fissata a Parigi superandola entro il 2040.

Del resto, una conferma “osservata” della sconfitta arriva dai dati del clima nell’anno della pandemia: nonostante la netta diminuzione di trasporti e attività lavorative fu il 2020 l’anno più caldo di sempre e gli incendi ad Atene e in Tunisia dimostrano che quel record sarà stracciato dal 2021. Colpendo – con particolare violenza – il Mediterraneo.

È il G20 (il gruppo delle venti economie più grandi) ad essere il luogo ideale dove le strategie di contrasto del cambiamento climatico vanno ridisegnate. Ancora di più delle Conferenze tra le Parti (COP) delle Nazioni Unite che, pure, hanno prodotto Parigi e Kyoto ma che risentono della necessità di dover mettere d’accordo 196 Stati. L’incontro di Napoli del G20 del 22 luglio non è però riuscito a produrre lo scatto che la situazione richiede: il comunicato di 7 pagine è pieno di auspici sulla biodiversità e sugli oceani, ma manca la tempistica precisa – che l’Unione Europea proponeva - per raggiungere gli obiettivi di stabilizzazione della temperatura, di azzeramento delle emissioni nette, di superamento definitivo del carbone come fonte energetica.

La resistenza arriva dai grandi Paesi ancora impegnati a completare una parabola di sviluppo industriale (in primo luogo la Cina e l’India).

Ma anche – nella stessa Unione Europea - dalle industrie più inquinanti. Prossima e ultima tappa è quella del prossimo 31 ottobre a Glasgow dove Regno Unito e Italia presiederanno la ventiseiesima COP dalla quale deve arrivare la risposta definitiva ad un mondo che si sta sciogliendo.

Tre le scelte che possono segnare la svolta.

Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che, a questo punto, non è più sufficiente correre per chiudere i recinti dopo aver già perso quasi tutti i buoi.

Ridurre le emissioni di CO2 non può più essere l’unica arma ed è interessante notare – come fa l’IPCC nelle primissime pagine – che ci sono emissioni inquinanti che, paradossalmente, riducono il riscaldamento: l’anidride solforosa che fu il veleno peggiore negli anni settanta, riduce di mezzo grado il riscaldamento che, oggi, avremmo avuto per l’aumento delle altre emissioni (oltre la CO2, fondamentale è il metano). Da tempo si studiano ipotesi di “geo ingegneria solare” che sposta queste particelle ad un livello più alto dell’atmosfera dove possono schermare le radiazioni solari. Sono interventi sofisticati e che, soprattutto, rischiano di diminuire la pressione sull’adozione di fonti energetiche più pulite e meglio distribuite. E, tuttavia, non possiamo più permetterci il lusso di non considerare soluzioni non convenzionali.

In secondo luogo, dobbiamo intervenire sui meccanismi stessi del governo globale di questi fenomeni.

La chiave è puntare su un partenariato tra Stati Uniti e Cina con l’Unione Europea che faccia da mediatore in grado di proporre un quadro strategico nel quale mettere insieme politiche per l’ambiente e politiche industriali. La sfida intellettuale, politica e manageriale è trasformare il “bagno di sangue della transizione” nella più grande opportunità per fare innovazione. Non è vero che siamo condannati a faticosi compromessi al ribasso tra posizioni inconciliabili: la Cina ha già una percentuale di automobili elettriche superiore a quella dei i Paesi europei e ha interesse ad una trasformazione che ha bisogno di tecnologie e minerali che la Cina controlla.

In terzo luogo sono fondamentali le città.

Non esiste un unico modello di trasformazione e sono gli agglomerati urbani a poter fare da sperimentazione di nuovi modelli che rendano la mutazione ecologica economicamente e politicamente sostenibile. In questo senso è urgente riconoscere alle città più grandi del pianeta un ruolo istituzionale che sia non inferiore a quello dei 196 Stati della conferenza delle Nazioni Unite.

Abbiamo bisogno di tutto l’”ingegno che è figlio della necessità”, per sopravvivere alle nostre contraddizioni ed è la storia di Archimede a ricordarci che l’homo sapiens ne è capace quando si sente all’angolo della storia. Dobbiamo riuscirci senza neppur poter contare su un mondo pacificato da un unico potere come quello che la sconfitta finale di Siracusa anticipò ventidue secoli fa.

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