Artificial Intelligence e Sanità: Il Paradigma di "Internet of Beings"

Sanità e ricerca medica sono la nuova frontiera di Internet, con grandi opportunità e qualche rischio. 


 Editoriale di Francesco Grillo e Paola Bonomo per Il Sole 24 Ore

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Quella della sanità e della ricerca medica può essere davvero la prossima frontiera di internet. Un uso intelligente dei dati, della statistica e degli strumenti dell’AI può rivoluzionare i sistemi sanitari che, dopo essere stati l’orgoglio del welfare state in Europa, sembrano non essere più capaci di garantire quel diritto alla salute attorno al quale trovò legittimazione lo stesso concetto di Stato moderno.

L’opportunità di associare dati, intelligenza artificiale, sanità e ricerca medica ci poterà all’ “Internet of beings”. È questo il titolo del libro (in uscita tra qualche mese per Oxford University Press) che ipotizza che, dopo aver connesso tra di loro tutti gli oggetti digitali (“internet of computers”) e, in un momento successivo, quelli fisici (dai motori alle lampadine nel paradigma di “internet of things”), la rivoluzione digitale stia entrando nella sua fase “biologica”, collegando ad un sistema informativo un gran numero di organismi viventi.

Internet potrebbe entrare attraverso sensori sempre più piccoli, potenti e versatili nei corpi delle persone (e degli animali), e il salto potrebbe essere, davvero, impressionante per tre motivi.

In primo luogo, il monitoraggio costante dei parametri vitali porterebbe a ridurre drasticamente il numero di decessi improvvisi (ad esempio, per arresto cardiaco), ma anche ad anticipare di molto le diagnosi (identificando alcuni fenomeni oncologici senza aspettare gli screening): laddove certe condizioni si verificassero, partirebbe un allarme che porterebbe ad un intervento più o meno immediato.

In secondo luogo, sta diventando possibile che – come in “Viaggio allucinante”, uno di quei film degli anni Sessanta che hanno previsto il futuro – i sensori diventino capaci di agire in autonomia: Alivecor, start up con sede in Mountain View, non lontano da Google, progetta sensori capaci di rispondere ad un infarto.

Infine – ed è il salto evolutivo più grande – la possibilità di registrare come centinaia di migliaia di persone reagiscono – vivendo la propria vita normale – a modifiche anche minime delle condizioni ambientali (dieta, temperatura, assunzione di farmaci) ha il potenziale di rovesciare totalmente il metodo con il quale si fa ricerca medica: l’intelligenza artificiale può identificare correlazioni (“patterns”) anche deboli e che, però, ripetute miliardi di volte diventerebbero ipotesi di nuovi trattamenti che partono già da una base di dati molto significativa: si potrebbe ridurre di diversi ordini di grandezza i tempi e i costi della ricerca, aprendo la strada a soluzioni davvero personalizzate; con un impatto importante, forse, sullo stesso concetto di proprietà intellettuale sul quale si fonda il modello di business delle grandi imprese farmaceutiche.

Un panorama fatto, insomma, di opportunità straordinarie. Inclusa quella di vivere (quasi) tutti più di cento anni, con meno malattie e pesando di meno sul sistema sanitario. Ma che ha un enorme bisogno di politici di grande visione.

Almeno due sono i rischi. Il primo è che il sogno si trasformi in un incubo. Le preoccupazioni che oggi abbiamo in termini di cybersicurezza sono quasi ridicole rispetto ai rischi di entrare con i sensori nel corpo umano. E infatti sembra inevitabile che il conferimento dei propri dati a un aggregatore, privato o pubblico che sia, debba essere governato dalla volontarietà dei soggetti, a meno di non cadere in scenari distopici.

Il secondo è che, al contrario, non succeda nulla per eccesso di divieti. Sembra il destino dell’Europa che è – negli ultimi otto anni – riuscita a scrivere una regolamentazione digitale che consta di dieci leggi per un totale di 726 pagine e 563 articoli. Se, ad esempio, privilegiamo la tutela paternalistica della privacy dei cittadini rispetto alle potenzialità di empowerment di ognuno di noi nel rapporto con i propri medici curanti e la propria salute, rischiamo di farci del male (anche perché nulla impedirà a cinesi o americani di muoversi più veloci). Ma, al di là delle regole, il problema è anche quello di essere, al momento, ancora lontani da ciò che le tecnologie possono fare, al punto che diversi ospedali riportavano i casi di Covid giornalieri attraverso il fax.

Siamo ad un bivio storico. Lo sono i nostri ospedali. E lo è, persino, Internet, che cerca le idee per diventare finalmente capace di dimostrare di poter cambiare la vita di tutti in meglio.

Non è solo, però ed evidentemente, questione di quante risorse (pubbliche) metti in un capitolo di spesa (o nel PNRR). È questione di intelligenza e di coraggio. Quel coraggio con cui l’Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, inventò i sistemi sanitari nazionali che ancora oggi significano prosperità, solidarietà e civiltà.

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