Il take over di Elon Musk su Twitter

Come si disinnesca il cortocircuito tra libertà di stampa e social.

Editoriale di Francesco Grillo su Il Messaggero e Il Gazzettino del Nordest

 ARTICOLO

“Il Congresso degli Stati Uniti non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, per limitare la libertà di parola o di stampa o che limitino il diritto della gente a riunirsi in forma pacifica”. Il primo emendamento della Costituzione americana, introdotto nel 1791 per definire i diritti dell’individuo che nessuno governo avrebbe potuto valicare, definisce molto che è la natura del Paese che ha dominato gli ultimi due secoli di Storia. Ma anche della gigantesca contraddizione che Internet ha scatenato.

Nessuno può limitare la libertà di parola e deve essere stato questo l’errore finale che ha fatto Twitter e che ha convinto il più visionario degli imprenditori di Silicon Valley, Elon Musk, ad acquisirne la proprietà per cambiarne radicalmente il funzionamento.

Quella di Musk è una sfida alla deriva di una sinistra liberale che sembra aver accettato di dover togliere la parola ad avversari politici “politicamente scorretti” (lo fece Twitter con Trump ed è una deriva che può accentuarsi in tempi di guerra). Ma anche all’Unione Europea che ha a che fare con lo stesso problema di dover governare media che nessuno più controlla.

Per Twitter, Elon Musk spende 43 miliardi di dollari. Una cifra che può essere considerata stellare per gli standard europei (parliamo di un valore che è circa 30 volte superiore alla capitalizzazione dell’intera Mediaset). Tuttavia, come dice il grafico che accompagna l’articolo, Twitter sembra il parente povero delle grandi piattaforme digitali globali americane.

 valore di mercato prime aziende del mondo 2

A differenza di Facebook, Amazon e Alphabet che nel 2021 facevano registrare fatturati tra i 100 e i 250 miliardi di dollari, mai i manager di Twitter hanno trovato il modo di “monetizzare” il fatto che quel sito ha 350 milioni di utilizzatori concentrati, peraltro, tra chi è più influente. Tesla vale, oggi, circa 900 miliardi di dollari che è più dell’intera Piazza Affari. L’azienda fondata da Jack Dorsey oggi paradossalmente sconta, invece, la stessa contraddizione nella quale si dibattono da anni gli editori dei giornalisti che di Twitter sono i più voraci utilizzatori: è influente ma non si capisce come dare valore economico a tale potere.

Grande influenza politica nelle mani di aziende alla ricerca di risorse economiche per sopravvivere, produce una fragilità che mette a rischio la stessa democrazia. Questo è uno dei problemi del nostro tempo, di cui la questione delle “fake news” è solo il più famoso sintomo.

Due sono le strade per risolverlo: quella che prevale inizialmente negli Stati Uniti è di affidare al mercato il compito di correggersi; l’altra che sta emergendo in Europa, è che sia, invece, lo Stato a fissare limiti ad un sogno di libertà che rischia di trasformarsi nel suo contrario.

Elon Musk sembra avere già un piano per restituire neutralità politica a quella che definisce la “piazza digitale dove questioni vitali per la democrazia sono discusse”: rendere gli algoritmi che disciplinano il dibattito trasparenti (con una tecnologia che sia “open source” e cioè non proprietaria di qualcuno); garantire che dietro ogni conto ci sia una persona (con una proposta di tracciamento degli utilizzatori che molto somiglia a quella di “abolizione” dell’anonimato che tanto indignò le vestali di Internet qualche tempo fa) e non un robot; non introdurre alcun limite alla libertà di parola che non sia espressamente prevista dalla legge (che negli Stati Uniti non può intervenire per effetto del primo emendamento dal quale parte questo articolo). Non è chiaro come un Twitter più affidabile possa produrre risultati economici migliori e, tuttavia, è possibile che una piattaforma che ospiti notizie di maggiore qualità e rilevanza possa farsi pagare il servizio.

Quell’europea è una strada assai diversa ed è affidata principalmente ad uno dei cinque regolamenti con i quali l’Unione Europea sta provando a governare processi finora subiti.

Il Digital Services Act proposto dalla Commissione Europea nel Dicembre 2020 e accettato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo una settimana fa, propone una strumentazione estremamente articolata per limitare la distribuzione di contenuti illegali. Ciò avverrà attraverso un controllo dei contenuti pubblicati che userà la vigilanza da parte degli utilizzatori finali, nonché di intermediari indipendenti che si sono meritati la loro fiducia; ma anche sui processi/ algoritmi che le piattaforme utilizzano a monte per consentire, ordinare, proibire notizie. Più che a un regolamento, quella della Commissione assomiglia ad un metodo, ad un’infrastruttura che avrà bisogno di essere valutata nel tempo e che, soprattutto, dovrà essere dotata del talento professionale sufficiente per potersi confrontare con le grandi concentrazioni di competenze che le piattaforme digitale americane (e cinesi) riescono ad aggregare.

Una terza strada ci sarebbe in realtà: essa prevede che ai divieti si accompagnino azioni di politica industriale (le sta tentando Macron in Francia) che favoriscano la nascita di piattaforme europee e l’affermarsi di un approccio ad Internet che sia diverso sia da quella americano che quello cinese. Capace di restituire alla rete quella funzione di moltiplicazione di benessere e democrazia che inizialmente prometteva.

Aveva ragione Francesco Bacone che nel Rinascimento intuì che “l’informazione è potere”. Mentre Bacone scriveva, fu l’introduzione della stampa a generare una formidabile ri-allocazione di informazione che disintermediò chi – la Chiesa e le monarchie assolute –controllava la riproduzione della conoscenza e portò alla nascita della democrazia liberale. Oggi, con Internet, siamo di fronte ad una forza di uguale intensità e direzione contraria: esplode la quantità di informazione alla quale abbiamo accesso, ma si concentra in pochissime mani il suo controllo.

La democrazia occidentale si salva solo se riuscirà a usare con intelligenza l’inventiva di nuovi editori per dare a tutti la possibilità di essere consumatori e cittadini consapevoli.

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