La creatività può salvarci dall'era dell’incertezza, perché il sistema educativo non la stimola?

All children are artists. The problem is how to remain an artist once we grow up” Pablo Picasso

Contributo di Riccardo Scarfato

 

Il dizionario Zannichelli definisce la creatività come la capacità creativa e inventiva capace di produrre nuove idee, invenzioni, opere d’arte simili. La Treccani invece presenta l’aspetto psicoanalitico del sostantivo, ovvero individua la creatività come quel processo intellettuale divergente (e non convergente) rispetto al normale processo logico astratto, e sarebbe caratterizzato da particolare sensibilità ai problemi, capacità di produrre idee, flessibilità di principi, originalità nell’ideare, capacità di sintesi, capacità di analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze, ampiezza del settore ideativo, capacità di valutazione. (cosi come delineato dagli studi dello psicologo statunitense Joy Paul Guilford).

Singolare è l’affermazione del giornalista e scrittore Piero Bianucci, proprio per la Treccani, secondo il quale il mondo stesso cosi come lo consociamo è il risultato di questa unica capacità di fondere insieme quello che la natura di offre per produrre qualcosa, che è la creatività distinguendola tra la creatività scientifica e quella artistica. Sembrano invece normali molti esempi di utilizzo della parola creatività come la Garzanti quando riporta “stimolare la creatività nei bambini”. Quasi un ossimoro, dato che tutti i bambini sono creativi mentre in fase adulta sembrano averlo dimenticato.

Oggigiorno, sempre più, si rimette in discussione il modello educativo così come lo conosciamo (Vedi Tim Leunig). In questo caso ci riferiamo alla scuola dell’obbligo cosi come strutturata, in particolare della scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado.

Importante è premettere che la parola schola significava in greco “tempo libero” e che il sistema pubblico dell’istruzione cosi come lo conosciamo si è sviluppato ed è nato in Francia verso la fine del 1700. Due sono i punti sono secondo me degni di nota, per meglio comprendere le circostanze in cui è nato questo sistema:

  1. Per i fautori del sistema, da Chalotais a Voltaire (in parte), il dibattito maggiore è ruotato intorno alla finalità del sistema dell’istruzione, ovvero quello di portare valore aggiunto alla società o elevare lo stesso individuo ma mantenendo le distinzioni tra i ceti; 
  2. Il contesto nel quale si è sviluppato; ovvero durante la cultura intellettuale dell’illuminismo e nel contesto economico della prima rivoluzione industriale, durante la quale era possibile pianificare piani industriali in maniera quasi certa.

Dunque, molti intellettuali che presero parte alla “consulta” per l’istituzione del sistema scolastico, pubblico gratuito ed aperto a tutti così come lo conosciamo, erano fortemente convinti che le divisioni in classi sociali era necessarie. La finalità comune fu individuata nell’imperativo economico dell’epoca e plasmato sugli interessi dell’industrializzazione e sul suo riflesso, basato sulla struttura della classica linea di produzione.

Se accantoniamo le valutazioni personali sulla condivisione o meno di questo modello e compariamo l’economia dell’epoca e quella moderna è possibile notare un fattore nuovo, grande come un macigno che minaccia pesantemente il sistema. L’incertezza del futuro, anche e soprattutto in fase previsionale. 

Il manager e uomo di finanza Alessandro Pansa, prima della prematura dipartita, durante una lezione della Scuola di Politiche, ricordò a noi studenti come quella a cui stiamo assistendo è un’epoca segnata dalla paura e dall’incertezza, citando anche il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman. Come può il sistema scolastico creare e formare le nuove generazioni per il futuro applicando uno schema vecchio e che, cosa più importante, non permette la formazione della creatività ovvero proprio quell’unica capacità che potrebbe risolvere le sorti della nostra epoca e creare idee di valore ed un tessuto socioeconomico che funga da propulsore per un benessere diffuso.

Il sistema dell’educazione, che giusto per l’appunto significa “tirar fuori” e non inculcare, sembra non funzionare più. Ma è così veramente?

L’obiettivo del sistema educativo pubblico, così come costruito, nel tempo sembra essere cambiato. Infatti se guardiamo alle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione 2012 la parola creatività è presente in diversi punti. Tuttavia continua ad essere utilizzata una struttura, ed in parte un metodo, pensato e creato in un’altra epoca.

Sia ben chiaro che non si parla di ridurre le ore dedicate alle materie essenziali (volendo includere in questa categoria matematica, letteratura, inglese, storia, geografia e informatica) ma rimodularle cosi da includere e dare maggiore importanza a materie intrinsecamente creative come la musica, arte e teatro. Non solo una rimodulazione delle ore per coprire di più queste aree ma cambiare principalmente metodo. Generalmente il sistema scolastico pubblico è stato sempre improntato ad insegnare al bambino facendogli ripetere sempre gli stessi concetti al fine di valutarli con un test. Ma come potrebbe essere diverso?

Diamo agli studenti materiale nuovo, controverso e critico che non hanno mai visto. Proviamo a presentargli diverse teorie ed analisi da più punti di vista così da creare nuove esperienze in classe e più idee che nel futuro si potranno sviluppare. È necessario reinterpretare i bisogni dell’odierna società. La stragrande maggioranza degli adulti nel provare a risolvere un problema prova innanzitutto ad estrapolare la soluzione dalla nostra personale banca dati di conoscenze, esattamente come cercare una soluzione in un libro e così avere un set limitato di possibilità e soluzioni. Ricombiniamo le idee, connettiamo e troviamo analogie, metafore e associazioni di idee che calzano con il problema. Per farlo serve creatività o i caratteri che da questa derivano, che sono presenti in tutti i bambini ma chissà come in meno della metà in fase adulta. Ma com’è possibile che, se tutti i bambini sono creativi, crescendo gli individui perdono questa loro capacità innata o solo in alcuni si manifesta?

Significativo è stato il lavoro del professore Robert J. Stenberg, università dell’Oklahoma, nel quale ha esaminato la relazione tra i sistemi tradizionali d’insegnamento e le capacità di pensiero creativo, per confutare la discriminazione che i bambini con forti capacità creative subivano rispetto a quelli con una forte memoria e capacità analitiche, sulla base delle metodologie d’insegnamento tradizionali. Il test scelto, il Stenberg Triarchic Abilities Test (STAT), è stato sottoposto a 326 piccoli “genietti” ammessi al programma estivo della Yale University. I ragazzi sono stati classificati in base ai loro punti di forza nei punteggi STAT: analitico, creativo, pratico ed equilibrato. All’arrivo a Yale tutti hanno seguito lo stesso corso ma sono stati diversi in gruppi didattici con stili diversi, in linea con le quattro aree STAT. Lo studio ha dimostrato una aptitude treatment interaction per cui lo studente che si trovava in una condizione didattica a lui favorevole, secondo il proprio modello di abilità, ha superato brillantemente gli esami. In altre parole quando gli studenti vengono educati secondo il proprio modo di pensare esprimono meglio il loro potenziale, ma se pensiamo che per anni ed anni molti studenti vengono istruiti con metodi lontani dal loro modo di pensare è evidente lo svantaggio competitivo che avranno in futuro.

La prova del nove sembra essere stato il test svolto da George Land e Beth Jarman tra gli anni 70 e 80. I due scienziati svolsero un test per conto della NASA per calcolare la creatività dei propri ingegneri. Il test fu sottoposto anche ad un gruppo di 1,600 bambini di 5 anni con ben un 98% di punteggio assegnato come “highly creative” a questi ultimi. Il test fu sottoposto agli stessi bambini diversi anni più tardi ed il risultato fu sorprendente, purtroppo in negativo. Fu riproposto esattamente agli stessi a 10 anni, 15 anni ed oltre i 25 anni e la percentuale scese rispettivamente al 30%, 12% e 2%. Quindi l’individuo più è stato educato e meno è creativo? Significa che l’educazione uccide o limita la creatività?

Global creativity index

Fonte: The Global Creativity Index, Martin Prosperity Institute, 2015

Pensiamo ai test scolastici tradizionali, ovvero quelle situazioni nella quali il bambino è sottoposto ad una semplice prova di memoria che nulla ha a che fare con la creatività o intelligenza se non immagazzinare più dati possibili. Nella maggior parte dei casi il soggetto non è invogliato a trovare soluzioni nuove per il rischio di prendere un brutto voto, che altro non è che paura di sbagliare. Con il tempo si pensa che questo timore No, anzi aumenta sempre più. Pensiamo se fosse successo ad Einstein, Galileo ed i fratelli Wright; la paura di sbagliare avrebbe bloccato molti dei loro esperimenti ed il progresso tecnologico sarebbe forse stato procrastinato di molto. In definitiva al netto dell’obiettivo del sistema educativo pubblico ed accessibile a tutti, la finalità continua ad essere preparare i nostri bambini ad un lavoro ed inserirsi nella società. Ma nella nostra epoca di incertezza siamo nella situazione di dubitare se un lavoro, cosi come conosciuto, scomparirà o diminuirà (vedi l’agente di viaggi ed il casellante autostradale, solo per citarne alcuni) nei prossimi anni. Allora com’e possibile che la creatività unico elemento che ha quel quid pluris, non venga stimolato dal sistema?

Indubbiamente ci sono singoli insegnanti che si mettono in gioco e, facendo più di quanto viene a loro richiesto, continuano a fare la differenza, ma sono l’eccezione e non la regola in un sistema completamente arretrato e senza visione.

Inoltre, la crescita della creatività nel lungo termine comporta per gli stati maggiore competitività ed una minore diseguaglianza economica (vedi immagine su). Non è una semplice questione pedagogica e sociologica, ma coinvolge tutto il sistema economico che dovrebbe puntare ad essere sostenibile ed in crescita nel tempo.

Nel 2016 l’economista Tim Leunig, professore alla LSE e consulente per le politiche dell’istruzione presso il dipartimento dell’educazione inglese, ha criticato molto elegantemente lo stesso sistema ed operato britannico nel campo dell’istruzione. In particolare, Leunig ha spiegato ai propri studenti come la maggior parte delle nozioni che trasmette durante le sue lezioni sono conoscenze che mai verranno applicate nel mondo moderno e difficilmente verranno applicate nel mondo futuro. Tim aggiunge che le lezioni hanno il solo scopo di trasmettere diversi spunti sul mondo, affermando indirettamente quindi che la creatività si basa sulle conoscenze. Potrebbe sembrare una tesi completamente apposta a quella esposta fino ad ora, ma non è così.

Il giusto equilibrio sembrerebbe essere un’educazione che dia più spazio alla creatività ma non a discapito di qualche materia, e che anzi dia la possibilità allo studente di esprimersi liberamente attraverso una rimodulazione del sistema di valutazione. In definitiva, se fino a qualche decennio fa la conoscenza era sufficiente per essere produttivi e ben inseriti nella realtà in cui si cresce e si opera, questo ora non basta più. Oggigiorno le conoscenze senza una giusta dose di creatività possono risultare stagnanti e non raggiungere il loro naturale arrivo, ovvero fungere da zoccolo duro per essere dei cittadini consapevoli e coinvolti nel sistema produttivo del futuro.

 

Bibliografia

Creativity and Prosperity: The Global Creativity Index, Martin Prosperity Institute, 2015.

Ken Robinson, Creative schools: the grassroots revolution that’s transforming education, 2015.

MIUR, Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, 2012.

Piero Bianucci, Enciclopedia dei ragazzi, 2005.

Robert J. Sternberg, Teaching for Successful Intelligence Raises School Achievement, Phi Delta Kappa International, Vol. 79, No. 9, 1998.

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