Quando si parla di Europa, there is no such thing as “Foreign” press

(E il problema non sono solo i social)
Tra i timori delle fake news e dei bots, il caso delle copertine e dei titoli di stampa tedeschi.
Articolo di Silvia Castellazzi

Per quanto l’ultima campagna elettorale (e non solo quella italiana) sia stata dominata in maniera importante dai social, dai timori delle fake news e dei bots, e dalle possibili manipolazioni di voto data-driven (leggi Cambridge Analytica), il caso delle copertine e dei titoli della stampa tedesca della settimana scorsa sono a ricordarci quanto gli “old media” e in generale i media e giornalisti professionisti siano vivi ed efficaci nel definire l’immaginario collettivo. Sono a ricordarci che evidentemente, nonostante l’Italia abbia goduto negli ultimi anni di un periodo di lenta ma sicura (finora) ripresa, indicatori in miglioramento e di una disponibilità a un timido riformismo, con il giusto story-telling gli italiani riescono in un attimo a ritornare senza grandi differenziazioni (né particolari evidenze a supporto) a essere sull’orlo del baratro, incapaci e indisponibili a pagare i debiti, abituati a vivere da anni alle spalle degli altri e a essere tendenzialmente untrustworthy. Questo story-telling – con immagini e stereotipi simili a quelli usati quasi dieci anni fa dalla medesima stampa tedesca per una Grecia realmente a rischio default – ha evidentemente ancora una gran presa sia sulle paure ataviche dei lettori tedeschi legate alla stabilità finanziaria del sistema, sia su una certa morbosità verso gli Europei del sud (amati ma mai stimati) che a cadenze regolari riemerge. Fratelli d’Europa?

 

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La stampa tedesca continua a dedicare un coverage importante alle questioni italiane. Mentre in Italia si dibatteva e infuocava l’affaire Savona (mandato Conte n.1), in Germania uscivano praticamente in contemporanea una copertina di dubbio gusto della FAZ Woche e un pezzo di opinione sullo Spiegel dal programmatico titolo “Gli scrocconi di Roma”, che scatenavano un putiferio e reazioni più o meno dirette di leader politici, ambasciatori, presidente della Repubblica. Nei giorni successivi le posizioni delle principali testate (FAZ, SZ, Spiegel) diventano più equilibrate, argomentate e meno urlate, con l’effetto perverso di essere ignorate dai media italiani assetati di facili click e, in definitiva, di congelare una lettura ipersemplificata da parte della nostra comunità nazionale. Il Süddeutsche Zeitung ha intervistato due imprenditori italiani (Palmieri di Piquadro e Bombassei di Brembo), rara testimonianza sulla stampa tedesca della voce più imprenditoriale e competitiva del Paese. Nei giorni scorsi, un paio di casi di grossolani errori o presunti tali di traduzione e citazioni da parte di giornalisti relative a dichiarazioni di membri della Commissione europea (che hanno coinvolto anche un commissario tedesco, Oettinger) sono stati ripresi e inseriti in maniera più o meno pertinente nelle ricostruzioni tedesche della situazione italiana.

 

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Di questa vicenda fa riflettere, innanzitutto, che nei giorni di grande tensione culminati poi con il discorso di Mattarella e la nascita del governo Conte, pochissime siano state le voci sulla stampa tedesca (ad eccezione del settimanale Die Zeit, guidato dal direttore di origini italiane Giovanni Di Lorenzo) che hanno proposto una riflessione sulle cause profonde di quello che si avviava ad essere un governo con posizioni fortemente euroscettiche, e molte hanno riproposto facili ironie e datati pregiudizi. Si tratta di testate private che cavalcano in maniera commercialmente legittima l’onda del tanto peggio tanto meglio, ma questo non toglie che evidentemente – e il Die Zeit lo dimostra – sia possibile anche una copertura meno scandalistica e meno orientata ad aizzare ulteriormente gli animi in ore concitate per tutto il sistema Euro ed europeo (e non solo per l’Italia). Trattandosi di temi europei, la stampa professionista di un paese a noi così vicino non è mai stampa “estera”, uno specchio lontano, ma diventa sempre molto nazionale e intima, costruisce e rinforza vecchie e nuove immagini, colpisce con fastidio anche chi crede nel progetto europeo e nella sua rivitalizzazione, e contribuisce in maniera sostanziale a creare o ridurre il trust già in bilico verso l’esperienza europea nel suo complesso.

 

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Fa riflettere in secondo luogo che tutte queste polemiche, titoli da tabloids, traduzioni fallaci e approssimazioni non vengano da quell’angolo un po’ paludoso dei social dove si dibattono trolls, superficialità di ogni tipo, fake news, bots etc. (che spesso vengono additati come concause dell’avanzata del cosiddetto populismo), ma vengano dalla stampa established e dell’establishment, da giornalisti di professione, dai quali ci si aspetterebbe un livello di cura e fact-checking diverso. Una stampa e un gruppo di professionisti che, a differenza del singolo che condivide gratis la sua opinione o reazione in un tweet, generalmente chiede un pagamento per l’accesso, proprio rivendicando un certo primato morale per la qualità delle news, delle traduzioni e delle contestualizzazioni che offre.

 

 

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Se la questione europea e il suo rilancio ci stanno a cuore (sia al di qua che al di là delle Alpi), si apre la ricerca – e il supporto - di luoghi di dibattito e approfondimento che siano meno orientati al breve e più costruttivi nel medio e lungo periodo, in cui la libertà di stampa non sia mai slegata dalla promessa della qualità della stampa stessa.

 

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