La questione romana: trovare un nuovo modello di sviluppo tra le macerie della crisi

 Aveva ragione Andy Warhol, l’irriverente caposcuola dell’Arte Post Moderna, che di Roma diceva che essa è un esempio di quello che succede quando i monumenti di una città durano troppo a lungo. Le cronache giudiziarie raccontano come la corruzione e la mafia abbiano occupato il vuoto lasciato dalla mancanza di idee e motivazioni. Quelle politiche di una città che nessun partito politico sembra più poter o voler amministrare (e del resto la soluzione sembra essere quella di affidarla ai prefetti e ad un commissariamento permanente).

 

Questione Romana 

Sono, però, i numeri sull’economia, quelli che quasi nessuno nell’inondazione di denunce di sfascio sta considerando, che fanno capire quanto la città sia oggi prigioniera dei fantasmi del suo passato. Imprigionata dalla stessa burocrazia che ne ha drogato, per anni, la crescita. E, soprattutto, priva di un’idea di futuro che la faccia sopravvivere alla crisi dello Stato Unitario di cui è Capitale. È questo ‐ il problema più grosso che si troverà ad affrontare chiunque fosse così sconsiderato dal volersi candidare a governare la città più bella del mondo. I dati sulle esportazioni segnalano, nella maniera più immediata, in che misura un sistema economico territoriale sia competitivo:quelli su Roma dicono che – semplicemente – la Capitale è progressivamente uscita dall’ “economia globale”, perdendo treni importanti, mentre litigava con se stessa. Secondo ISTAT, lo scorso anno,la provincia di Roma (che coincide, di fatto, con la “città metropolitana”) ha esportato nel mondo meno di 8 miliardi di EURO di beni e servizi, in caduta libera (‐ 16%) negli ultimi due anni di psicodramma; laddove, al contrario, è, proprio, la capacità di vendere fuori dai confini nazionali che ha evitato al resto del Paese guai peggiori negli anni di crisi. Roma è per volume di esportazioni al quindicesimo posto in Italia, nonostante il fatto che è al primo per un Prodotto Interno Lordo che è evidentemente gonfiato dalle funzioni amministrative. Lontanissima da Milano, ma anche da Vicenza che esporta più del doppio; e decisamente distante (in rapporto al PIL) anche dalle capitali di un Mezzogiorno – di cui si lamenta la “scomparsa” ‐ come Bari.

Del resto – ed è un dettaglio storico dietro al quale si nasconde la radice della “questione romana” che, secondo alcuni, è persino più importante di quella “meridionale” o di quella “del Nord”– Roma, nel 1870 quando caparbiamente i piemontesi la vollero Capitale del nuovo Regno, contava duecentomila abitanti (molti meno di Milano o di Napoli) che non avevano mai conosciuto la rivoluzione industriale e che, quindi, mai espressero la borghesia industriale e la classe operaia che nei due secoli scorsi sono state componenti essenziali nello sviluppo delle città. Oggi Roma non esporta più neppure un bottone, ma, se si leggono i dati regionalizzati della spesa pubblica, l’amministrazione pesa quanto per nessun’altra grande capitale europea: un terzo di ciò che l’Italia spende in difesa (nonostante la lontananza della Capitale dalle basi più importanti) o in beni culturali (nonostante il fatto che l’Italia si caratterizzi per essere il Paese dei mille campanili) è concentrato a Roma: nei ministeri che – nonostante le varie riforme federali – fanno ancora da gestione centralizzata di amministrazioni al governate.

 

Grafico questione romana

 

Ciò dice che – rimanendo fermi – i peggiori guai devono ancora arrivare: una qualsiasi, seria revisione della spesa nazionale, seria più di quelle che ci sono state finora, non può che cominciare da un ridimensionamento o riposizionamento degli apparati centrali. La strada che porta al futuro, tuttavia, non può che passare dal capovolgimento degli svantaggi competitivi in opportunità di crescita. A partire, proprio, da quelli che sono alcuni dei problemi/ opportunità che distinguono Roma:il traffico (secondo uno studio di Vision & Value, un individuo passa in media più di duecento ore all’anno nella propria vettura), i beni culturali, la stessa pubblica amministrazione. Provando a fare una cosa che può sembrare paradossale: fare innovazione come sistema (anzi cominciare a farlo), proprio mentre stai affogando. Perché non anticipiamo, allora, a Roma l’obiettivo europeo di rendere le città libere dalle automobili entro il 2050 (e di dimezzarle entro il 2030) visto che, peraltro, il Papa del Giubileo ha dichiarato “guerra” allo spreco dell’ambiente? Perché non facciamo, sul serio, di Roma il “museo del mondo” copiando, magari, quello che gli inglesi fanno in Scozia e i francesi in Provenza consentendo ai turisti del ventunesimo secolo di vivere l’esperienza che fecero i viaggiatori dell’ottocento? Perché non puntiamo a mettere insieme la polvere di stelle che deve essere rimasta nella città che negli anni sessanta riuscì ad essere la capitale del cinema mondiale2, per attrarre a Roma talenti e studenti stranieri su un progetto di leadership creativa? Perché non trasformiamo una burocrazia – i cui meccanismi sembrano, quasi sempre, aver perso qualsiasi collegamento non solo con la modernità ma anche con la quotidianità delle persone3 – in un produttore sofisticato di beni pubblici (capace di esplorare le frontiere di Internet of the things e Internet of the beings), investendo in un ambizioso programma di formazione che tutto ciò richiede?

 

A Roma dovremmo dare, innanzitutto, le ambizioni che deve avere una capitale europea, prima di chiedere ulteriori risorse che senza idee finirebbero nella fornace che ha già bruciato miliardi. E soprattutto è indispensabile passare dagli annunci iperbolici alle realizzazioni concrete che le tecnologie ampiamente consentono. L’urgenza che parte dalla Capitale, vale, del resto, per l’intero Paese: ricominciare – subito ‐ dalle città, dai luoghi dove si è formato il Presidente del Consiglio e diversi dei suoi ministri, per ricucire un patto sociale che si è lacerato. Non è chiaro se la leadership per un progetto così impegnativo possa venire da un esame di coscienza da parte di una politica che ha – quasi dovunque ‐smesso di fare il suo mestiere; o dall’autocritica di una società non molto “civile” che, troppo spesso, ha oscillato tra la complicità e il cinismo. Di sicuro c’è bisogno di una visione che sia in grado di coinvolgere le persone in un cambiamento che è sfida alle abitudini individuali. Del pragmatismo che è necessario per non farsi impallinare dai dettagli di un appalto,dietro i quali si nasconde il diavolo di chi ha sviluppato una professionalità nell’opporsi al cambiamento per salvare se stesso. Di amministratori non compromessi dai ricatti; e di cittadini responsabili che non si limitano ad osservare da lontano. Se Roma non ci riesce, comincerà a rattrappirsi verso la dimensione provinciale alla quale il sogno unitario la strappò centocinquanta anni fa. E quel sogno che Roma incarna,andrà definitivamente in frantumi. È per questo che la “questione romana” – ben aldilà della retorica vuota di “Roma capitale” – è la partita decisiva su cui si gioca il futuro del Paese e si trova la sua classe dirigente. Fatta di persone normali. Oneste, competenti, capaci di visione e pragmatismo. Disponibili a farsi giudicare su risultati concreti e in grado di incoraggiare e supportare un progetto di cambiamento che riguarda tutti.

 

 

 

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