Tecnologia e stupidità funzionale: un rischio da considerare

Articolo di Silvia Ivaldi

I contesti operativi e organizzativi sono in profonda trasformazione, con mutamenti rapidi e tuttora in corso delle forme di rapporto tra soggetto ed esperienza lavorativa. I confini delle organizzazioni sono meno definiti e costantemente cangianti; le forme organizzative diventano corte e piatte; si chiede di essere rapidi, flessibili, processivi, capaci di apprendere; si parla di prodotti e servizi ad alta intensità di conoscenza distribuita; aumenta la richiesta di forza lavoro intelligente, capace di comprendere strategie e tradurle in decisioni appropriate.

Questi e altri segnali si rapportano a un contesto in forte evoluzione, che possiamo riassumere nella prospettiva che alcuni autori definiscono di quarta rivoluzione industriale. Si tratta di profonde, radicali quanto rapide trasformazioni del mondo tecnologico e scientifico che stanno drasticamente modificando i nostri modi di produrre, di consumare, di partecipare.

Il dibattito rispetto a questi cambiamenti si centra da un lato su spinte propulsive (maggiormente attribuite ai più giovani e alle nuove generazioni, in quanto generatrici di nuove idee, risorse ed energie), dall’altro su reazioni e atteggiamenti di resistenza (per lo più associati alle generazioni più anziane, che la rappresentazione diffusa descrive come incapaci di adattarsi all’impiego di nuove logiche, strumenti e procedure). La riflessione predominante si gioca appunto su queste due polarità: è più giusto innovare o è più corretto rimanere ancorati a quello che è stato?

In realtà limitarsi a questa dualità (tecnottimisti vs. tecnopessimisti; giovani vs. anziani; innovazione vs. conservatorismo) è controproducente. Il pensiero rischia di rimanere ancorato a posizioni estreme che di fatto includono entrambe buone ragioni. Più importante a mio avviso è fare attenzione al rischio di una dilagante stupidità funzionale, come la definisce Alvesson (2017) nel suo libro “Il paradosso della stupidità. Non si tratta tanto di pura stupidità con espressioni di faciloneria, smodatezza, incongruenza o ancora di disfunzioni patologiche o condizioni di scarso livello intellettivo. Piuttosto, più subdolamente, la stupidità funzionale si manifesta nella difficoltà, o meglio indisponibilità, di organizzazioni, aziende, lavoratori, leader, a pensare e interrogarsi in termini riflessivi o in quanto tendenza a pensare secondo modalità convenzionali e conformiste: il tutto dotato di una qualche plausibilità e coerenza, unita a svantaggi e rischi.

“Non bisogna pensare, bisogna eseguire”: questo il motto di Ford ai tempi della seconda rivoluzione industriale, quando aziende e organizzazioni erano basate su strutture e logiche completamente differenti. Eppure i tratti distintivi della stupidità funzionale sono l’incapacità di ragionare sulle proprie ipotesi (riflessività), non domandarsi il motivo delle proprie azioni (giustificazione), e la non preoccupazione (non farsi carico) rispetto alle conseguenze del proprio agire (ragionamento sostanziale).

 

Schermata 2018 05 10 alle 10.46.06

 

 

La mancanza di riflessività si esprime nella carenza o astensione di un esercizio critico rispetto all’adozione di regole, pratiche, abitudini, strumenti, come se l’impiego di tecnologie di fatto garantisse di per sé un loro uso adeguato e pertinente ai contesti e agli scopi. Esempio di questo è la proliferazione dilagante di start-up e organizzazioni, che utilizzano piattaforme digitali (mi piace molto poco chiamarle di “sharing” economy) che sembrano premiare un atteggiamento basato sul non pensare troppo agli assunti prevalenti che stanno dietro alla generazione di queste attività, ma che si basano su una convergenza a ciò che comunemente si pensa: rendere più veloce l’accesso a prodotti e servizi attraverso la tecnologia, spesso con conseguenze ambiguamente etiche, sia all’interno, sia all’esterno dell’organizzazione stessa. 

La non giustificazione riguarda invece le dimensioni di senso e significato che dovrebbero ispirare i processi operativi, offrendo ragioni per comprendere e motivare le persone a condividere e assumere nuovi compiti e approcci di lavoro. Un esempio lampante di stupidità funzionale, in cui si rende evidente la mancanza di una costruzione di senso comune attorno a nuove attività, è il recente caso Foodora: l’iniziale adesione cieca a nuove modalità di lavoro, l’entusiasmo rispetto alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, l’esaltazione del vantaggio per lavoratori e utilizzatori, nonché l’opposizione e la forte critica rispetto a queste modalità operative che richiamano la necessità di introdurre forme di tutela tradizionali.
Un circolo vizioso che si gioca appunto sulla carenza di senso e valore condivisi: la riflessione, o meglio l’attenzione, si sposta su aspetti legislativi e di inquadramento di una professione nuova, piuttosto che su domande che riguardano il significato di innovazione che vogliamo costruire, il perché e per cosa usiamo le nuove tecnologie, la qualità del lavoro che intendiamo generare.

L’adozione di un ragionamento sostanziale, che né esalti né demonizzi l’utilizzo delle nuove tecnologie, porterebbe a superare una razionalità strumentale centrata sull’adempimento di procedure, assumendo più ampie prospettive di responsabilità e di sostenibilità di quanto si è chiamati a fare. In gioco è la concreta e progressiva costruzione di una logica contributiva, connessa al buon utilizzo delle leve che le nuove dotazioni tecnologiche e conoscenze offrono, dove non è chi consuma che genera valore, ma chi genera valore che può consumare.

Applicato ai nuovi scenari generati dalla quarta rivoluzione industriale, il superamento della stupidita funzionale comporta l’attivazione  di una riflessione sulle ragioni e condizioni d’uso di pratiche e attività, mettendo in discussione il senso e le modalità di ciò che facciamo e aprendo domande e ripensamenti su quanto diamo per scontato nelle nostre abitudini operative e conoscenze acquisite e sedimentate nelle attività e azioni individuali e collettive cui partecipiamo.

Partners & Sponsors

mit logo

cssn azerbaijan logo

anci logo

miur logo

Follow Us

Partner

vision and value logo

Subscribe Newsletter

Subscribe and you will be informed about our news and events.
© 2018 Vision & Value Srl | vicolo della Penitenza 10 – 00165 Roma | P. IVA 04937201004
Credits elmweb