Il voto di serie B per i cittadini italiani residenti nel Regno Unito. B come Brexit.

Articolo di Manlio Trovato

 

Il coinvolgimento del cittadino nelle decisioni politiche, tramite forme di democrazia diretta, è uno dei punti cardine della politica del M5S. La partecipazione dell’iscritto alle attività politiche del movimento, tramite la piattaforma Rousseau e l’uso del voto elettronico, è sbandierata come un metodo di fare politica diverso.

Molto è stato investito, in tempo e denaro, dal M5S affinché i suoi iscritti possano interagire con i suoi eletti, fino nel dettaglio del processo legislativo, tramite un comodo click da casa propria. È ironico, quindi, che il governo italiano non prenda nessun provvedimento affinché gli italiani residenti nel Regno Unito possano votare alle prossime elezioni Europee di Maggio almeno ai seggi consolari, come hanno sempre fatto.

Infatti, in caso la Brexit diventasse realtà il 29 Marzo 2019, come è al momento previsto dal calendario della legge britannica, il cittadino italiano residente nel Regno Unito potrà votare esclusivamente in Italia. Il contrasto tra un semplice click e un costoso e lungo viaggio è sbalorditivo. Due pesi, due misure.

Tra l’altro, sempre in caso di Brexit, ci sarebbero solo 5 paesi europei su 27 che non sarebbero in grado di fornire un servizio di voto tramite i servizi dei propri uffici consolari, o per posta, ai propri cittadini residenti nel Regno Unito. Oltre agli italiani, si troverebbero nella stessa condizione i cittadini dell’Irlanda, di Malta, della Slovacchia e della Repubblica Ceca. Non sorprende, quindi, che i cittadini italiani residenti all’estero, guidati dal gruppo +Europa Londra, abbiano chiesto al governo di mantenere il diritto di voto in consolato e che la petizione abbia raggiunto più di mille firme in pochissimi giorni.

Stupisce, invece, la presa di posizione di attesa degli eventi del governo, dichiarata dal Sottosegretario di Stato per gli affari esteri Riccardo Merlo lo scorso Dicembre, a seguito di una interrogazione a risposta scritta. La legge vigente, spiega Merlo, non prevede iniziative per adottare forme transitorie di allestimento di seggi elettorali per i residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea, quale potrebbe essere la Gran Bretagna a breve, lasciandoli in effetti in balia del caos della Brexit. Non convince del tutto, invece, dati i tempi stretti, l’apertura del ministro Salvini che, durante il question time, prima assicura massima disponibilità del governo e poi rimanda la questione al parlamento.

Da una parte, il M5S sale al governo con slogan del tipo “Il programma per l’Italia scritto dagli Italiani”; dall’altra, una volta al governo, manca di implementare politiche di buon senso che permettano ad una buona parte di italiani di votare. Da una parte, il governo giallo-verde giustifica il suo operato perché espressione della volontà popolare; dall’altra, ostacola, al punto da negare di fatto, il diritto di votare i propri rappresentanti al parlamento europeo ai quasi 2 milioni e mezzo di cittadini italiani residenti al di fuori dell’Unione Europea. E, dopo la Brexit, ce ne sarebbero altri 330,000, ufficialmente registrati, o addirittura circa 700,000 stimati.

Da una parte, il voto dei cittadini di serie A, quello degli iscritti al M5S, che possono esercitarlo da casa con un comodo click. Dall’altra, il voto dei cittadini di serie B, che devono affrontare un lungo e costoso viaggio di ritorno in Italia per poter votare. Un voto di serie B, B come Brexit.

 

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