Sud, l’Europa si allontana. Le tre svolte necessarie

Occorre innanzitutto aumentare la responsabilità degli amministratori sui risultati concreti.
Anche in Cina hanno sviluppato meccanismi di misurazione delle prestazioni
Articolo di Francesco Grillo per Corriere della Sera

 

Ci sono due numeri che nessuno cita e che hanno la forza di modificare l’agenda di questo Governo e creano la possibilità di dare un segnale di cambiamento rispetto a una storia fatta di sconfitte, priorità sbagliate e sterili battaglie ideologiche. È la prima pagina del sito della Direzione della Commissione Europea che si occupa delle politiche di coesione a dire che l’Italia è al ventottesimo posto su ventotto Paesi dell’Unione per capacità di spesa dei 450 miliardi di euro che la Commissione dedica allo sviluppo delle Regioni europee. Siamo dietro alla Croazia che nell’Unione è appena entrata, in una classifica dominata dalla Grecia e dal Portogallo che hanno avuto l’umiltà di accorgersi di non poter sprecare neppure un euro dei fondi strutturali. Si tratta di una somma ingente, del 40% del budget della Commissione, e la cifra che l’Italia ha avuto a disposizione per il periodo che va dal 2014 al 2020 sarebbe stata sufficiente per aggiungere due punti percentuali al Pil del Mezzogiorno senza pesare sul debito dello Stato. Il fallimento dell’Italia mette, invece, a rischio la credibilità di un’intera politica che — con la Francia — abbiamo inventato negli anni ottanta. 

Ma c’è un altro numero che unito a quell’istogramma della Commissione, ne moltiplica il valore. Per tasso di occupazione dei giovani tra 25 e 34 anni, che è il segmento di popolazione che più di ogni altro ha bisogno di essere occupato, bisogna arrivare a una regione turca al confine con Siria e Iraq per trovare quella che condivide con Calabria, Sicilia e Campania gli ultimi quattro posti della classifica che Eurostat realizza ordinando le 500 regioni dell’Europa allargata anche ai Balcani a alla Turchia. Siamo dietro alla Croazia, per capacità amministrativa. Anche se in Italia ci sono competenze consolidate e entusiasmi che resistono al logoramento. Mentre il Mezzogiorno si sta staccando da Paesi che in Europa non sono mai entrati e si sta trasformando in un deserto abitato da pensionati, formatori e consulenti dei fondi strutturali. E, tuttavia, l’amministrazione pubblica — centrale e non solo regionale, perché i programmi per il Mezzogiorno sono gestiti anche dai ministeri e da un’Agenzia istituita per coordinare gli interventi — attraversa stagioni politiche di colore opposto senza mai essere messa in discussione.   

 

 

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Tre le riforme delle politiche sul Mezzogiorno necessarie per vincere un’inerzia che dura da centocinquanta anni. Va, innanzitutto, aumentata la responsabilità degli amministratori sui risultati concreti. Persino in Cina da anni hanno sviluppato — sulle politiche di riduzione della povertà — meccanismi semplici di misurazione delle prestazioni, che pesano sulla distribuzione dei finanziamenti (in maniera tale che un taglio possa diventare un elemento di giudizio da parte degli elettori) e sulla conferma dei dirigenti. Stesso criterio deve valere per i consulenti che sono protetti da regole che — strozzando la concorrenza — chiedono, anche solo per partecipare alle gare, di aver accompagnato le amministrazioni da un fallimento a un altro.

In secondo luogo, laddove un’amministrazione non consegua gli obiettivi fissati, parte delle risorse vanno utilizzate attraverso meccanismi automatici che raggiungano i beneficiari più velocemente. O spostati verso altre amministrazioni che hanno dimostrato maggiore efficienza. La competizione tra istituzioni serve anche per identificare modelli organizzativi e sperimentazioni da trasferire ad altri contesti. È giusto, infine, che su certe politiche sofisticate si rinunci alla pretesa di farle gestire a una pubblica amministrazione che — per sua natura — non può assumere rischi. Le risorse che la Commissione Europea sta spostando verso l’innovazione e la ricerca dei «vantaggi competitivi» di una Regione vanno — almeno in parte — affidate, come fanno in Irlanda, a fondi chiusi costituti dalle Regioni e da operatori finanziari di livello internazionale e che investano nel capitale di rischio di imprese innovative. Così si moltiplicherebbero i finanziamenti, facendo fare un salto allo sviluppo di un «venture capital» che in Italia è assolutamente insufficiente.

Deve essere la riorganizzazione della pubblica amministrazione italiana al primo posto tra le priorità di un governo che vuole sfuggire alla sindrome del declino. Perché è alla pubblica amministrazione che è affidata l’implementazione delle politiche che un governo decide di realizzare. Ed è su questo piano — quello dei meccanismi di utilizzazione delle risorse del budget comunitario — che va avanzata una proposta italiana alla Commissione Europea. Non è con le guerre di posizione sui principi che si salva l’Italia e l’Europa legate dalla stessa crisi. Ma con il pragmatismo di chi riconosce che la battaglia vera si gioca cambiando persone, metodi e obiettivi di una burocrazia che è, da anni, il muro invisibile contro il quale si infrange qualsiasi progetto di cambiamento.

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