I veri cambiamenti partono dall’ambiente

Una strategia degli incentivi
Articolo di Francesco Grillo per il Corriere della Sera

Bisogna aumentare gli incentivi — oggi spendiamo 15 miliardi — destinati a energie pulite e ancora più radicalmente dobbiamo modificarne i meccanismi.

Siamo cresciuti poco negli ultimi decenni. Ma soprattutto siamo cresciuti male. Bruciando il potenziale di lungo periodo di una società che ha nelle risorse naturali il proprio vantaggio competitivo. È dall’ambiente che deve partire un progetto di cambiamento di un Paese come l’Italia. Facendo le scelte coraggiose che l’Unione Europea sollecita e che sono, finora, mancate.

Pochi lo sanno, ma c’è una sola classifica economica nella quale l’Italia è prima: per incremento percentuale nel numero di automobili vendute, nel 2016, abbiamo superato la Cina. Un quarto circa della tenue crescita del Pil dell’Italia è determinato dal boom nel numero di vetture che si sono, però, aggiunte a un mercato già saturo: il tasso di motorizzazione in Italia (63 vetture ogni 100 abitanti) è molto superiore a quello di Germania (55) e Francia (49) che, pure, ospitano due delle tre maggiori case automobilistiche del mondo.

La situazione si ribalta se, però, consideriamo il numero di auto elettriche: l’Agenzia Internazionale per l’Energia dice che ne circolano meno di 10 mila in Italia, più di 80 mila nel Regno Unito, più di 100 mila in Olanda. Siamo fermi, mentre tutti i grandi produttori — inclusa Fca — hanno deciso che il futuro è nell’elettrico e la Commissione Europea chiede alle città di dimezzare il numero di vetture alimentate con combustibile fossile entro il 2030 ed eliminarle entro il 2050.

L’elettricità non necessariamente è, da sola, la soluzione. Tuttavia, essa è indispensabile anche solo per immaginare un modello di produzione di energia distribuito che può portarci in un mondo nuovo. Per riuscire avremmo però bisogno di reti elettriche che consentano a ogni famiglia di produrre energia, conservarla, rivenderla se in eccesso. Dopo essere stati i primi a installare i contatori intelligenti, oggi, stiamo perdendo posizioni e i dati di Oecd dicono che nel 2016 abbiamo generato meno energia rinnovabile che nel 2013.

Le conseguenze di una crescita di scarsa qualità si leggono sulle mappe dell’Agenzia Europea per la Protezione dell’Ambiente che assegnano bollini rossi alle località dove si registrano concentrazioni di polveri sottili superiori ai livelli di guardia. L’Italia è l’unico Paese a essere pieno di allarmi rossi, qualsiasi sia il fattore inquinante considerato: ciò rappresenta un costo che si scarica nei polmoni e sui sistemi sanitari. Ma anche sulla capacità delle nostre città di attrarre o trattenere talento e di continuare a crescere.

 

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Due le svolte necessarie. Una riduzione drastica dei sussidi che continuiamo a pagare a consumi inquinanti. È lo stesso ministero dell’Ambiente a certificare che, ogni anno, spendiamo 17 miliardi di euro (tra rottamazioni e tassazioni agevolate) per avvelenarci e allontanare le nostre imprese dai trend tecnologici più interessanti. Chi inquina deve pagare in funzione di quante risorse spreca e questo principio va esteso dalle imprese e gli Stati alle città e alle famiglie. I rifiuti vanno tassati in funzione della qualità e della quantità e non della grandezza dell’abitazione. Modelli di tassazione del traffico come quelli di Londra vanno resi flessibili in ragione dello spazio pubblico che un’automobile — in movimento o ferma — occupa. I ricavi devono essere investiti dalle città nella infrastruttura (l’Italia è per impianti di ricarica ancora più indietro che per numero di vetture elettriche) necessaria alla transizione. Drasticamente vanno aumentati però gli incentivi — oggi spendiamo 15 miliardi — destinati a energie pulite e ancora più radicalmente dobbiamo modificarne i meccanismi. Spostandoli dagli aiuti alle grandi imprese, al supporto della domanda. Si premino in bolletta, dunque, le famiglie per aver sperimentato forme innovative di controllo dei consumi e si misurino per replicarli i risultati degli esperimenti di comunità locali che già oggi, dalla Provincia di Bolzano alla Sardegna, diventano spontaneamente laboratori di forme avanzate di economia circolare.

Dobbiamo portare la qualità e non solo la qualità della crescita, al centro del dibattito, dei Documenti del ministero dell’Economia e della stessa discussione sulla riforma dei patti di stabilità europei. Lo Stato può sull’ambiente trovare la migliore opportunità di ridiventare imprenditore. Ci riesce, però, se la smette di vendere l’illusione di poter consegnare ai cittadini un cambiamento «chiavi in mano» e si concentra a rimuovere i vincoli — regolamentari e infrastrutturali — che hanno, finora, scoraggiato l’entusiasmo e protetto l’inerzia.

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